Dall’Attacco di panico al Disturbo di Panico

Gli attacchi di panico collegati ad una specifica situazione possono essere sottovalutati, appunto perché la circostanza in cui sono avvenuti è interpretata come fattore scatenante, o la causa. La persona quindi non teme che l’attacco si ripeta al di fuori di quella circostanza.

Gli attacchi “inattesi”, che poi sono quelli tipici, pongono invece da subito o successivamente uno stato di allarme senza una causa o un fattore scatenante preciso, e quindi un allarme che diventa sempre in agguato.

Allo stesso modo se dopo un primo attacco collegato ad una specifica circostanza, gli attacchi successivi accadono in circostanze diverse, così che i fattori scatenanti si moltiplicano e la persona si convince che l’attacco può capitare in una serie di circostanze diverse, quindi in sostanza senza un motivo unico e preciso.

 

Nelle situazioni in cui la persona ritiene che l’attacco possa “partire” oppure in cui ritiene che stia partendo, in base ad alcuni sintomi-“spia”, la persona sviluppa la cosiddetta reazione d’ansia anticipatoria. Si tratta cioè di una preparazione all’attacco che potrebbe venire, una preparazione ansiosa in cui l’essere preparati non migliora la gestione eventuale della situazione, ma anzi la peggiora. In questo stato mentale avvengono due dinamiche, di cui una è l’interpretazione dei fattori del momento come “pro” o “contro” –panico. Da una parte quindi la persona si lega agli elementi che ritiene siano utili nel prevenire l’attacco, o tenerlo sotto controllo; dall’altra fugge dagli elementi che ritiene possano scatenare il panico, o che renderebbero impossibile gestirlo (ad esempio l’affollamento, il luogo chiuso, la distanza da casa o da un luogo conosciuto, etc).

I due pensieri guida divengono: a) come evitare l’attacco; b) come fuggire al sicuro in caso di attacco. La persona tende a convincersi che l’ansia anticipatoria deve essere evitata perché altrimenti richiama l’attacco, ovvero che la persona si possa suggestionare al punto da provocarsi l’attacco di panico proprio per una paura di averlo.

L’attenzione e le contromisure in realtà tendono quindi a concentrarsi non sull’attacco di panico già in atto, che è comunque ingestibile, anche se può essere di intensità e durata variabili, ma sull’ansia anticipatoria, che diventa “l’ambasciatore” dell’attacco di panico. Concentrandosi sull’ansia anticipatoria la persona perde la visione razionale dell’attacco di panico, e si sposta su una visione “fobica”. In altre parole, dopo 10 attacchi di panico la persona dovrebbe convincersi che l’attacco non evolve in niente di particolare, che è un fenomeno conosciuto, che si escludono altri problemi di salute, e che passa da solo. Diversamente, nell’evoluzione del disturbo la persona è sempre più preoccupata di evitarlo, che possa avere conseguenze irreparabili, di impazzire, di perdere il controllo, di avere qualcosa che non va, o di poter avere qualche danno proprio come conseguenza di un attacco che non viene spento in tempo.

La persona quindi non si comporta cercando di gestire gli eventuali attacchi ma senza sacrificare la propria libertà di spostamento ed azione; viceversa sacrifica la propria libertà di spostamento ed azione nel tentativo di evitare il possibile attacco, e “drizza le antenne” dell’ansia anticipatoria, convincendosi che una miriade di segnali o di situazioni debbano essere utilizzate come indicatori di rischio per possibili attacchi.

La persona con panico quindi finisce per essere dipendente dall’ansia anticipatoria, mentre invece durante l’attacco avrebbe comunque una reazione di fuga e evitamento, ma non sempre e non a priori. Per questo motivo rispetto ai limiti comportamentali l’ansia anticipatoria è spesso più interferente degli attacchi.

Fatalmente nel tempo tutto questo significa solo una limitazione crescente in una serie di comportamenti, situazioni, distanze. Inoltre, la persona, specie se di sesso maschile, si rammaricherà di questo atteggiamento apparentemente “pauroso”, non considerandolo, oltre che pratico, neanche dignitoso e attribuendolo magari ad una debolezza morale.

I sintomi del panico sono vari e variabili. Dai più frequenti classici sintomi “toracici” a quelli abbastanza frequenti di tipo intestinale e dell’equilibrio (senso di mancamento, instabilità, testa confusa), sensazioni interne ed esterne (calori, bucature, dolori, bruciori etc). L’atteggiamento del cervello “in panico” è quello di considerare ogni sintomi come un elemento a sé stante, inizialmente nel tentativo di capire qual è il sintomo importante e cosa indica. Alla fine però si crea una confusione per cui ogni attacco con un sintomo diverso rinnova la paura, addirittura le persone riferiscono come diversi attacchi che di volta in volta al medico sembrano perfettamente identici agli altri. Spesso durante le prime fasi di cura gli effetti collaterali o sintomi di panico “filtrati” dal medicinale sono appunto vissuti con spavento perché classificati come attacchi “diversi”. La persona che può essersi tranquillizzata sull’innocuità dei “suoi” attacchi si allarma nuovamente se l’attacco cambia come tipo di sintomi.

 

Alla fine il quadro del disturbo di panico, così come lo si sente raccontare o lo si osserva dopo un certo periodo, si compone di

–         attacchi maggiori

–         attacchi minori, o “ombra”

–         ansia anticipatoria (paura del panico)

–         evitamento

–         dipendenza da fattori considerati protettivi

 

Per quanto riguarda l’ultimo punto in lista, esistono fattori “benigni” da cui si arriva a dipendere, come ad esempio l’essere accompagnati da una persona, o sapere che si è in contatto con una persona, e fattori invece tossici.

A volte il rapporto con il medico è disturbato (specie all’inizio, nelle prime fasi di cura) dal fatto che la persona vede il medico come una figura rassicurante, specialmente se lo ritiene competente, ma comunque genericamente rassicurante poiché medico. In questo può essere che l’essere medico e quindi un tecnico della materia sia scambiato per una cosa diversa, ossia essere la persona che meglio di chiunque altro può rassicurare e gestire l’ansia urgente. Non solo questo non è pratico, ma non è neanche una soluzione utile al panico. Il medico può essere considerato rassicurante o meno, spesso in ragione del fatto che è reperibile facilmente, che è disponibile a rassicurare: questa funzione però non è una funzione terapeutica, è solo una funzione indotta dallo stato di panico, cioè qualcosa a cui chi ha panico attribuisce importanza. Il rapporto con il medico prima che le cure facciano effetto quindi può complicarsi quando il malato faccia affidamento sulla presenza del medico un elemento nuovo ed efficace per controllare l’ansia: ciò comporterà angoscia e anche irritazione quando non riuscirà a trovarlo, a parlarci o non verrà rassicurata in maniera ritenuta sufficiente nel momento dell’ansia anticipatoria. Alcune persone finiscono per divenire “dipendenti” dalla rassicurazione da parte del medico e dall’altra parte rimangono delusi quando non hanno l’impressione che il medico attribuisca importanza alla necessità di rassicurazione. Questa situazione non è terapeutica, e anzi ostacola spesso la concentrazione e l’attenzione al vero percorso di cura del panico.

 

Decorso

 

Dopo la sospensione delle cure fino alla metà delle persone ha di nuovo i sintomi entro 6 mesi, e questo tipo di ricorrenza non è transitoria. Dopo qualche anno comunque circa la metà delle persone ha sintomi larvati o meno gravi, e circa uno su quattro ha il disturbo in maniera continua e piena.

 

Una cura per il panico quindi dovrebbe essere di durata abbastanza lunga, proseguire anche dopo la completa remissione dei comportamenti e dei pensieri tipici del panico, oltre che degli attacchi. Una volta ottenuti i risultati, la cura non dovrebbe essere sospesa o ridotta “al minimo”, ma mantenuta entro i limiti di efficacia. Questo vale sia per

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