Il nalmefene II: rivediamo i principi di cura dell’alcolismo

(Premessa: si leggano anche, indietro nel blog, gli articoli sul naltrexone e il nalmefene, nonché quelli sull’alcolismo per chiarire meglio i vari punti del discorso).

Andiamo a vedere come si può utilizzare il nuovo farmaco per l’alcol. Per molti è una sorpresa, perché nonostante fosse già disponibile un farmaco con queste caratteristiche e queste modalità d’uso, ai più non è ancora chiaro come funzionano i metodi per curare l’alcolismo.

Questo medicinale può essere assunto in due modi: o sempre, tutti i giorni, o “al bisogno”. Si può partire con un periodo di somministrazione regolare, e poi passare alla seconda modalità.
Il meccanismo con cui agisce il medicinale è un’azione antagonista sul sistema oppiaceo, almeno sul sistema recettoriale MOP. Con questo effetto farmacologico, quando l’alcol arriva nel cervello non riesce a produrre alcuni suoi effetti. Uno di questi è “l’appetito” per se stesso: bevendo vien voglia di bere ancora, fino a un certo punto.

Questo punto è variabile nel bevitore controllato, che può scegliere se ubriacarsi o meno, può avere voglia di essere sotto l’effetto dell’alcol o fermarsi dopo un primo bicchiere. Nell’alcolista questo meccanismo è molto più sensibile, e quindi il primo bicchiere se ne tira dietro altri dieci. Poco importa quali fossero le intenzioni, che ovviamente non potevano essere sempre quelle di bere troppo, e di farlo in qualsiasi circostanza.

L’alcolismo è infatti perdita di controllo, automatica. Il farmaco si mette in mezzo e cerca di ricreare il controllo.
Si può anche pensare che la voglia di bere possa nascere anche “a freddo” senza alcol, e nell’alcolista è certamente così. Prima del primo bicchiere, sale la voglia attraverso il ricordo degli effetti positivi, la voglia di euforia, la voglia di non sentire dolore etc. Questo alimenta un primo appetito, anche questo “bloccabile”.

Il farmaco per funzionare deve agire su un alcolista che sta bevendo, anche se non regolarmente. Più passaggi ci sono con il farmaco addosso, più si riesce a capire se funziona nell’arco dei primi mesi. In altre parole: se nei primi mesi la persona non beve più, è dubbio che sia merito del farmaco, se invece ha bevuto ancora, ma non ha avuto vere ricadute, è probabile che sia il farmaco che sostiene questo tipo di equilibrio, altrimenti impossibile, L’alcolista riesce a sospendere, ma non a bere senza “degenerare”.

Il primo scopo è quindi invertire questa tendenza e riportare a un equilibrio, dopo si tende all’astinenza. Questo dipende anche da quanto l’alcolista è arrivato a “odiare” la presenza dell’alcol nella sua vita. Se la odia, una volta ripreso il controllo potrà desiderare di non bere più in assoluto.
In una seconda fase del trattamento si può optare per l’assunzione non regolare, ma al bisogno. Il bisogno è quando il bere è imminente.

Quando l’alcolista, che ormai non sta bevendo quasi più, sente che il desiderio cresce o che sta pensando di bere e si sta sforzando di resistere, ha due possibilità pratiche. La prima è cercare di resistere con tutte le sue forze, mettere in atto metodi per distrarsi, per ravvivare il ricordo delle conseguenze negative delle ultime bevute, insomma cercare di evitare la bevuta. La seconda possibilità invece è lasciar perdere gli sforzi mentali per evitare la bevuta, e predisporre invece uno scudo contro la bevuta che potrà verificarsi, in modo che si fermi lì e non prosegua con una vera e propria ricaduta.
Almeno in chi assume la terapia con antagonisti, funziona meglio il secondo metodo. Poiché l’alcolista sostanzialmente non ha il controllo, di fronte alla probabilità di una ricaduta è più saggio concentrarsi sul come gestirla che non su come prevenirla. Agire di scudo e non di spada. L’alcolista che ragiona così si porta dietro il farmaco, e quando sente che è a rischio di bere lo assume, così la probabilità di ricadere in pieno si riduce, dopo aver iniziato a bere il primo bicchiere.
La cosa più difficile è mettere il paziente in questo ordine di idee, perché la maggior parte dei pazienti credono di dover dare una prova di controllo agli altri, di dover resistere e di dovercela fare con le proprie forze, o comunque di sviluppare la propria forza di volontà, Questa forza si sviluppa attraverso le ricadute controllate (con la cura addosso) e non si sviluppa invece con i tentativi frustranti di trattenersi.

Nalmefene: nuovo farmaco per la dipendenza da alcol – parte 1

Disponibile da poco il nalmefene, un nuovo strumento farmacologico per la cura dell’abuso alcolico e dell’alcolismo. In realtà si tratta di un prodotto già conosciuto da tempo, e analogo ad un altro che da decenni si usa per la cura di varie dipendenze.

Si possono trovare diverse “presentazioni” di questa nuova terapia, con alcune imprecisioni. In particolare, così come per tutte le nuove uscite, si presentano come “novità” terapie già usate da tanto tempo, che se mai sono novità mediatiche, perché si sceglie di parlarne in fase di lancio di un nuovo prodotto, ma non tecniche, perché già esistevano per vecchi prodotti. …continua a leggere

Tossicodipendenza da oppiacei – storia e attualità

 

“Io Governatore dello stato di New York, proclamo che….”

 

 Il 28 Novembre 1988 l’allora sindaco di New York Mario Cuomo stilava un documento ufficiale per risconoscere “sul campo” la validità di un metodo scientifico per la cura della dipendenza da narcotici, al suo secondo decennio di applicazione su larga scala negli Stati Uniti. In una grande metropoli la tossicodipendenza può esprimersi in tutto il suo potenziale di danno sociale, per la estrema densità di popolazione, per l’estrema visibilità dei fenomeni sociali, e per la voracità con cui la criminalità organizzata tende a infiltrarvisi. Inoltre, l’allora emergente problema AIDS rendeva ancor più urgente intervenire sul fenomeno. I programmi metadonici sembravano riuscire a risollevare le sorti di una battaglia che migliaia di poliziotti non riuscivano a vincere, e che l’infettivologia non aveva armi per combattere. Dieci anni dopo, 1999, l’allora sindaco Giuliani dichiarò pubblicamente di aver cambiato il proprio programma elettorale. Dopo un consulto con gli esperti di tossicodipendenza dalla sua città, aveva ritirato la proposta di chiudere i programmi metadonici, ed aveva anzi promessi di potenziarli. Dati alla mano, smantellare lo strumento con cui il danno sociale da droga era stato arginato non sarebbe stato un buon affare elettorale.

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Metadone – domande e risposte

Il metadone produce tossicodipendenza ? Non si sostituisce una dipendenza con un’altra ?

La condizione di assuefazione ad un farmaco comporta la suscettibilità all’astinenza se si sospende l’assunzione bruscamente. Questa condizione non ha a che vedere con il concetto di tossicodipendenza, di cui è un aspetto collaterale. I criteri diagnostici per la tossicodipendenza attualmente non prevedono più neanche la condizione di astinenza come elemento necessario.

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Terapia dell’alcolismo: metodo con disulfiram

 

L’alcolismo è quella condizione in cui l’intenzione della persona di controllare il proprio consumo di alcol non può contare su una capacità adeguata di controllo. Il controllo perso non tende ad essere recuperato, anzi la situazione nel tempo peggiora in un susseguirsi di periodi di sospensione e periodi di bere incontrollato, con relative conseguenze. …continua a leggere

Subutex: domande e risposte

 

Queste domande riguardano aspetti di base e questioni che in genere sono poco chiare ai pazienti, alcune valgono in generale per la cura della tossicodipendenza, altre sono specifiche della buprenorfina (BPN). La buprenorfina è attualmente utilizzata con il nome di Subutex o Subuxone (associata a naloxone). …continua a leggere

Acamprosato (dipendenza da alcol)

 

Da poco uscito un nuovo farmaco per il trattamento dell’alcolismo, in realtà noto da tempo ai ricercatori ma non disponibile sul mercato italiano.
Il farmaco è indicato nel trattamento della base della malattia, cioè del desiderio non controllabile di bere, in forma di tendenza a bere in maniera “esagerata” e anche come tendenza a bere nonostante l’intenzione di evitarlo. E’ un farmaco che come altri non si utilizza nella disassuefazione da alcol, a differenza di altri che possono essere utili sia nella disassuefazione che nella cura della malattia vera e propria, cioè la prevenzione delle ricadute. Unica pecca, l’indicazione che la durata del trattamento consigliata sia di un anno. Questo non significa tanto che dopo “un anno” la persona sia da considerarsi “guarita”, se il trattamento ha avuto successo; ma piuttosto che i benefici del trattamento si possono osservare con un certo ritardo e migliorare lungo i primi mesi. …continua a leggere

Naltrexone nella dipendenza da alcol

La terapia con naltrexone nella dipendenza da alcol. La strategia dell’estinzione del comportamento.

Il naltrexone è un farmaco che ostacola l’azione di sostanze ad azione oppiacea. L’alcol ha azione anche oppiacea, e probabilmente in un sottogruppo di soggetti (Gianoulakis et al., 1989) questa azione è cruciale nel determinare l’attaccamento alla sostanza, cioè lo svilupparsi di una voglia di bere abnorme e non controllabile. Quando gli alcolisti disintossicati riferiscono voglia di bere il loro cervello produce un segnale di carenza oppiacea (Sinclair). Non tutti gli alcolisti hanno aumento funzione oppioide dopo assunzione alcol
In altre parole il cosiddetto “rinforzo” comportamentale indotto dall’esposizione all’alcol si produce almeno in parte per via oppiacea, e la memoria che richiama la voglia di bere viaggia almeno in parte per via oppiacea. …continua a leggere

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