Prevedere la ricaduta con esami ormonali

La dipendenza da cocaina è una malattia impegnativa e con un elevato potenziale distruttivo sulle condizioni personali e sociali. La diagnosi di dipendenza è il primo punto importante. Esistono numerose persone che usando cocaina hanno avuto problemi di vario tipo, anche gravi, senza esserne dipendenti nel senso di una tendenza automatica ad utilizzarla anche dopo aver ripetutamente maturato l’intenzione di non toccarla più. …continua a leggere

Cannabinoidi sintetici ed “erboristici”

Si tratta di prodotti ufficialmente confezionati e commercializzati come incensi o potpourri, prodotti per profumare l’ambiente o da sciogliere nel bagno, con raccomandazione “not for human consumption”, intenzionalmente adulterati con l’aggiunta di cannabinoidi non dichiarati. Sono cannabinoidi di laboratorio (JWH-018, JWH-073, JWH-200, CP 47-497, CP 47-497C8, JWH-019, JWH-250, AM-2201), cioè sostanze provenienti dall’industria farmaceutica (teoricamente anche da laboratori chimici autonomi) e prodotte per scopi di ricerca sugli effetti dei cannabinoidi sull’organismo e sui possibili loro impieghi in medicina.Il fatto che questi composti derivino dalla ricerca farmaceutica non significa che abbiano proprietà terapeutiche, ma che erano utilizzate per esperimenti sulle proprietà terapeutiche delle sostanze cannabinoidi. Inoltre, l’effetto terapeutico, e gli effetti cerebrali possono variare in maniera decisiva a seconda della modalità di somministrazione (rendendo l’effetto rapido o lento).

I nomi utilizzati sono vari (tra quelli noti spice, spice gold, spice diamond, spice maxx, dragon spice, space, berry blend, zombie world, pot god, dark night, mystery, ocean blue, the moon, earthquake, bad 2 the bone, santa’s sled, fire & ice, k2, silver, aroma, arctic spice, genie, scene, dream, tai fun, exclusive, chill zone, chill out, sensation, chaos, zen, zen ultra, scooby snax, pulse).
L’interesse per questi preparati è duplice. Si tratta di cannabinoidi nati per scopi di ricerca, la cui struttura è diversa dal thc: non risultano quindi ai test che rilevano i cannabinoidi. Possono essere più potenti, come AM-2201 (agonista CB1 e CB2 e con attività intrinseca maggiore di 10-30 volte del thc), il JWH-018 è 4 volte più affine sul CB1 e 10 volte più affine su CB2, ed è un agonista pieno, più attivo del thc).
Altre sostanze sono state identificate come addittivi non dichiarati, come ad esempio l’oleamide, una sostanza ad azione cannabinoide, oppiacei sintetici, IMAO.
Secondo i dati della DEA/NFLIS, le chiamate al centro antiveleni legate all’uso di cannabinoidi sintetici sono saliti da soli 24 nel Gennaio 2010 ai 643 nel Giugno 2011. Gli effetti sono quelli previsti anche per i cannabinoidi naturali. Come si ci aspetta in base alla maggiore potenza, alcuni effetti sono probabili, in maniera simile a quanto accade per le varianti della cannabis naturale ad alta concentrazione di thc. Più spiccata agitazione e aggressività, paranoia, allucinazioni e diffidenza.
Il pericolo è rappresentato dal fatto che questi prodotti, pur avendo un costo superiore a quello della cannabis, sono reperibili anche via internet e spesso in maniera lecita, dato che le sostanze non sono dichiarate e in parte non compaiono ancora nella lista di sostanze proibite. L’acquirente, anche se è consapevole di comprare sostanze ad azione simile alla cannabis, può pensare, ingannandosi, che si tratti di sostanze più leggere o innocue.

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Cleptomania

Cleptomania – “Rubare patologico”

 

 Voglio Diventare Grande

La cleptomania è il rubare patologico. Si intende per patologico ciò che va contro le intenzioni della persona, anche se consiste in un comportamento volontario, e anzi desiderato e svolto con lucidità. Non è compromessa la capacità di volere, ma quella di volere-che-non. In altre parole, il controllo sulla voglia di commettere determinate azioni, che prende il sopravvento. Il fatto che poi si tratti di un rubare non intenzionale si ricava anche dal rapporto sbilanciato tra numero di furti e rischio e valore o scelta degli oggetti da rubare. Il cleptomane è concentrato sull’atto della sottrazione, sull’appropriarsi senza pagare, sul “fregare” chi controlla, mentre l’utilità di ciò che sottrae è incidentale. Il cleptomane si adatta anche a rubare quel che trova, e può capitare che getti la roba rubata per evitare problemi, una volta compiuto l’atto.

 La cleptomania può essere un aspetto emergente di un disturbo psichiatrico altrimenti definibile, più raramente è il solo tipo di manifestazione psichiatrica nel corso della vita di chi ne soffre.

 Infondatamente, così come per molti altri quadri psichiatrici, per molto tempo è stata sistematicamente trattata o con interventi di sorveglianza ed educazione, o con presunti trattamenti psicologici o sedute di interpretazione di un ipotetico disagio alla base della voglia di rubare.

 Poiché il fenomeno è quello di una smania ricorrente di compiere un atto, associato ad un senso di soddisfazione e di piacere durante l’atto, si è pensato di provare un trattamento che funziona anche in altre “dipendenze”, ovvero situazioni di ricorrente perdita di controllo sulla voglia di compiere atti vissuti come gratificanti.

 Ad oggi il trattamento con antagonisti oppiacei (naltrexone) ha dimostrato in maniera controllata un certo grado di utilità. Nel dettaglio, si hanno i dati su un piccolo gruppo di pazienti seguiti per tre anni, di cui la metà circa ha “smesso” di rubare, o almeno così riferisce in anonimato, e circa 3 su 4 hanno comunque avuto una riduzione, almeno parziale, degli episodi di furto, comprese anche le conseguenze legali dei singoli episodi. I dati di questo tipo sono importanti, perché danno l’idea di un effetto stabile nel tempo, o progressivo.

 Le persone che hanno avuto problemi legali per furti di tipo cleptomanico dovrebbero sapere che per la propria difesa è quindi proponibile una soluzione terapeutica, che non è soltanto alla cieca, ma fondata su dati scientifici.

 Il meccanismo con cui la cura funziona potrebbe essere di due tipi. Il farmaco è in grado di bloccare la crescita dell’impulso di partenza, l’eccitamento verso il furto. Inoltre, può mantenere l’equilibrio mentale tra smania di rubare e percezione emotiva del rischio a favore di quest’ultimo, e quindi mantenere viva l’ansia delle conseguenze. Il cleptomane spesso quando compie l’atto è come “preso” da una spinta che lo rende anche in grado di comportarsi in maniera disinvolta, come se fosse assente, dissociato, non sentisse imbarazzo, ansia e vergogna. Mantenere invece questo tipo di emozioni senza permettere che siano oscurate potrebbe essere alla base del “freno” farmacologico che si crea con il naltrexone.

Un aspetto collaterale del trattamento è quello della carenza di gratificazione che chiunque, abituato ad uno sfogo, può percepire. Chi risolve la dipendenza ne è contento, ma può in un primo momento trovarsi anche con un “vuoto” di piacere.

Grant JE. Understanding and treating kleptomania: new models and new treatments. Isr J Psychiatry Relat Sci; 43, 2: 81-87.

Grant JE. Outcome study of kleptomania patients treated with naltrexone. A chart review. Clin Neuropharmacol 2005; 28:11-14.

Tecniche psicologiche del DOC

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le tecniche comportamentali che si sono dimostrate efficaci fanno riferimento per lo più al modello dell’esposizione con Prevenzione della risposta (EPR): si produce una situazione o reale o immaginata corrispondente a quella che produce ansia o disagio, e poi si impedisce o si ritarda l’esecuzione del rituale. Questo può essere inteso in due modi, cioè eterodiretto (alla persona è materialmente impedito di attuare il rituale, o si creano le condizioni per cui non possa farlo almeno nell’immediato), oppure autodiretto, …continua a leggere

Dall’Attacco di panico al Disturbo di Panico

Gli attacchi di panico collegati ad una specifica situazione possono essere sottovalutati, appunto perché la circostanza in cui sono avvenuti è interpretata come fattore scatenante, o la causa. La persona quindi non teme che l’attacco si ripeta al di fuori di quella circostanza.

Gli attacchi “inattesi”, che poi sono quelli tipici, pongono invece da subito o successivamente uno stato di allarme senza una causa o un fattore scatenante preciso, e quindi un allarme che diventa sempre in agguato.

Allo stesso modo se dopo un primo attacco collegato ad una specifica circostanza, gli attacchi successivi accadono in circostanze diverse, così che i fattori scatenanti si moltiplicano e la persona si convince che l’attacco può capitare in una serie di circostanze diverse, quindi in sostanza senza un motivo unico e preciso.

 

Nelle situazioni in cui la persona ritiene che l’attacco possa “partire” oppure in cui ritiene che stia partendo, in base ad alcuni sintomi-“spia”, la persona sviluppa la cosiddetta reazione d’ansia anticipatoria. Si tratta cioè di una preparazione all’attacco che potrebbe venire, una preparazione ansiosa in cui l’essere preparati non migliora la gestione eventuale della situazione, ma anzi la peggiora. In questo stato mentale avvengono due dinamiche, di cui una è l’interpretazione dei fattori del momento come “pro” o “contro” –panico. Da una parte quindi la persona si lega agli elementi che ritiene siano utili nel prevenire l’attacco, o tenerlo sotto controllo; dall’altra fugge dagli elementi che ritiene possano scatenare il panico, o che renderebbero impossibile gestirlo (ad esempio l’affollamento, il luogo chiuso, la distanza da casa o da un luogo conosciuto, etc).

I due pensieri guida divengono: a) come evitare l’attacco; b) come fuggire al sicuro in caso di attacco. La persona tende a convincersi che l’ansia anticipatoria deve essere evitata perché altrimenti richiama l’attacco, ovvero che la persona si possa suggestionare al punto da provocarsi l’attacco di panico proprio per una paura di averlo.

L’attenzione e le contromisure in realtà tendono quindi a concentrarsi non sull’attacco di panico già in atto, che è comunque ingestibile, anche se può essere di intensità e durata variabili, ma sull’ansia anticipatoria, che diventa “l’ambasciatore” dell’attacco di panico. Concentrandosi sull’ansia anticipatoria la persona perde la visione razionale dell’attacco di panico, e si sposta su una visione “fobica”. In altre parole, dopo 10 attacchi di panico la persona dovrebbe convincersi che l’attacco non evolve in niente di particolare, che è un fenomeno conosciuto, che si escludono altri problemi di salute, e che passa da solo. Diversamente, nell’evoluzione del disturbo la persona è sempre più preoccupata di evitarlo, che possa avere conseguenze irreparabili, di impazzire, di perdere il controllo, di avere qualcosa che non va, o di poter avere qualche danno proprio come conseguenza di un attacco che non viene spento in tempo.

La persona quindi non si comporta cercando di gestire gli eventuali attacchi ma senza sacrificare la propria libertà di spostamento ed azione; viceversa sacrifica la propria libertà di spostamento ed azione nel tentativo di evitare il possibile attacco, e “drizza le antenne” dell’ansia anticipatoria, convincendosi che una miriade di segnali o di situazioni debbano essere utilizzate come indicatori di rischio per possibili attacchi.

La persona con panico quindi finisce per essere dipendente dall’ansia anticipatoria, mentre invece durante l’attacco avrebbe comunque una reazione di fuga e evitamento, ma non sempre e non a priori. Per questo motivo rispetto ai limiti comportamentali l’ansia anticipatoria è spesso più interferente degli attacchi.

Fatalmente nel tempo tutto questo significa solo una limitazione crescente in una serie di comportamenti, situazioni, distanze. Inoltre, la persona, specie se di sesso maschile, si rammaricherà di questo atteggiamento apparentemente “pauroso”, non considerandolo, oltre che pratico, neanche dignitoso e attribuendolo magari ad una debolezza morale.

I sintomi del panico sono vari e variabili. Dai più frequenti classici sintomi “toracici” a quelli abbastanza frequenti di tipo intestinale e dell’equilibrio (senso di mancamento, instabilità, testa confusa), sensazioni interne ed esterne (calori, bucature, dolori, bruciori etc). L’atteggiamento del cervello “in panico” è quello di considerare ogni sintomi come un elemento a sé stante, inizialmente nel tentativo di capire qual è il sintomo importante e cosa indica. Alla fine però si crea una confusione per cui ogni attacco con un sintomo diverso rinnova la paura, addirittura le persone riferiscono come diversi attacchi che di volta in volta al medico sembrano perfettamente identici agli altri. Spesso durante le prime fasi di cura gli effetti collaterali o sintomi di panico “filtrati” dal medicinale sono appunto vissuti con spavento perché classificati come attacchi “diversi”. La persona che può essersi tranquillizzata sull’innocuità dei “suoi” attacchi si allarma nuovamente se l’attacco cambia come tipo di sintomi.

 

Alla fine il quadro del disturbo di panico, così come lo si sente raccontare o lo si osserva dopo un certo periodo, si compone di

–         attacchi maggiori

–         attacchi minori, o “ombra”

–         ansia anticipatoria (paura del panico)

–         evitamento

–         dipendenza da fattori considerati protettivi

 

Per quanto riguarda l’ultimo punto in lista, esistono fattori “benigni” da cui si arriva a dipendere, come ad esempio l’essere accompagnati da una persona, o sapere che si è in contatto con una persona, e fattori invece tossici.

A volte il rapporto con il medico è disturbato (specie all’inizio, nelle prime fasi di cura) dal fatto che la persona vede il medico come una figura rassicurante, specialmente se lo ritiene competente, ma comunque genericamente rassicurante poiché medico. In questo può essere che l’essere medico e quindi un tecnico della materia sia scambiato per una cosa diversa, ossia essere la persona che meglio di chiunque altro può rassicurare e gestire l’ansia urgente. Non solo questo non è pratico, ma non è neanche una soluzione utile al panico. Il medico può essere considerato rassicurante o meno, spesso in ragione del fatto che è reperibile facilmente, che è disponibile a rassicurare: questa funzione però non è una funzione terapeutica, è solo una funzione indotta dallo stato di panico, cioè qualcosa a cui chi ha panico attribuisce importanza. Il rapporto con il medico prima che le cure facciano effetto quindi può complicarsi quando il malato faccia affidamento sulla presenza del medico un elemento nuovo ed efficace per controllare l’ansia: ciò comporterà angoscia e anche irritazione quando non riuscirà a trovarlo, a parlarci o non verrà rassicurata in maniera ritenuta sufficiente nel momento dell’ansia anticipatoria. Alcune persone finiscono per divenire “dipendenti” dalla rassicurazione da parte del medico e dall’altra parte rimangono delusi quando non hanno l’impressione che il medico attribuisca importanza alla necessità di rassicurazione. Questa situazione non è terapeutica, e anzi ostacola spesso la concentrazione e l’attenzione al vero percorso di cura del panico.

 

Decorso

 

Dopo la sospensione delle cure fino alla metà delle persone ha di nuovo i sintomi entro 6 mesi, e questo tipo di ricorrenza non è transitoria. Dopo qualche anno comunque circa la metà delle persone ha sintomi larvati o meno gravi, e circa uno su quattro ha il disturbo in maniera continua e piena.

 

Una cura per il panico quindi dovrebbe essere di durata abbastanza lunga, proseguire anche dopo la completa remissione dei comportamenti e dei pensieri tipici del panico, oltre che degli attacchi. Una volta ottenuti i risultati, la cura non dovrebbe essere sospesa o ridotta “al minimo”, ma mantenuta entro i limiti di efficacia. Questo vale sia per

Gelosia patologica: ossessiva, umorale, delirante

 

 

Una situazione di crisi individuale o ambientale che frequentemente si osserva nella psichiatria è quella legata a relazioni vissute ossessivamente o con comportamenti minacciosi o di controllo. La gelosia è quel sentimento di esclusività del rapporto con un’altra persona, che implica l’antipatia, il sospetto o l’ostilità agita verso terze persone viste come potenziali o attuali concorrenti. La gelosia ha due componenti che si ritrovano entrambe nelle sindromi patologiche, e cioè quella difensiva (competitiva) e quella offensiva (di controllo). La persona gelosa può cioè intervenire o mantenere il controllo su potenziali “concorrenti” (persone, ma anche situazioni o ambienti) che si profilano, nell’idea che questi elementi possano separarlo dalla persona che ritiene “sua”. Altrimenti, c’è la gelosia offensiva, cioè quella in cui la persona agisce in assenza di reali o attuali concorrenti. Questa distinzione non è netta, perché la gelosia porta comunque a leggere come attuali o potenziali minacce elementi che invece altri non vedrebbero così, e va riferita se mai all’atteggiamento della persona amata, se cioè l’origine sia una infedeltà o promiscuità o atteggiamento ambiguo o libertino da parte del partner, oppure se la gelosia sia una modalità automatica di fissare la relazione nonostante una fedeltà senza ombre e l’assenza di minacce concrete. Anche in questo caso però la visione e l’interpretazione del comportamento altrui come “poco chiaro” o fedifrago è legata alla stessa gelosia, e quindi la distinzione anche qui non è possibile. La vera distinzione da fare è quella sulla modalità di pensiero del partner geloso, e del suo comportamento.

Importante è capire come è nato il pensiero della gelosia, e che forma ha preso. Questo è importante anche perché nell’idea di valutare in che modo eventualmente aiutare la persona gelosa o la coppia a risolvere la situazione, è bene capire non tanto se vi siano ipotetiche o reali ragioni per la gelosia (anche perché il medico non potrebbe comunque saperle e non fa l’investigatore), ma come sta funzionando il cervello della persona gelosa. L’istinto di gelosia può essere evocato con un ragionamento che segue una via logica, oppure illogica. Ad esempio, se il proprio partner saluta una persona per la strada, il pensiero automaticamente fa una prova di gelosia, che in assenza di altri elementi decade: in altre parole, il cervello ragiona rapidissimamente sull’ipotesi del tradimento, la giudica non significativa, e la accantona. Può però invece farla fissare, farla girare in testa. Il pensiero è un eccesso di logica, cioè un elemento che di per sé non è assurdo, diventa però senza giustificazione importante, da chiarire, fonte di un dubbio crescente. Da qui partono i comportamenti di verifica, di controllo, le richieste di chiarimento, che peggiorano la situazione perché introducono nuovi elementi, i quali possono in teoria essere tutti altre fonti di dubbio logico. Il punto di partenza della gelosia “ossessiva” è infatti di avere una certezza di non-infedeltà, il che è un presupposto assurdo, poiché solitamente i rapporti si fondano non sulla certezza di non-infedeltà, ma sulla probabilità di fedeltà. La probabilità non è una certezza, è solo una conoscenza con un margine di indefinizione, di errore e di mutabilità nel futuro che però il cervello considera accettabile come base operativa per decidere di fidarsi di una persona. Il geloso ossessivo può rimanere a lungo nascosto, e poi esplodere magari in scenate, a volte dichiarandosi esplicitamente in preda ad un dubbio lancinante, oppure nella speranza che, senza confessare il perché del suo malumore, succeda qualcosa che uccida il dubbio. L’ossessivo spesso non esplicita i suo timori perché così facendo ritiene di annullare il valore di ogni risposta da parte del partner. Attende una conferma negativa, terrorizzato dall’idea di poter invece trovarne una positiva. Questi soggetti non sono in realtà gelosi “d’animo”, ma sono in un certo senso “costretti alla gelosia” dai loro dubbi incontrollabili. Nonostante questo e il fatto che siano consapevoli della natura ossessiva dei loro pensieri di gelosia, la persona è divisa a metà tra la voglia di liberarsi della gelosia e il bisogno di avere risposte alle sue paure.

L’altra forma di gelosia è quella ipersensitiva. In questo caso l’idea di gelosia nasce da sola, in genere sulla base di un generale sospetto su tutto e tutti. Nella mente del paranoico, è proprio la persona che ti ha dichiarato amore e fedeltà che rappresenta la minaccia più pericolosa, proprio perché chi si è esposto emotivamente può rimanere ferito da eventuali tradimenti. L’atteggiamento del geloso sensitivo alterna “suppliche” di dimostrazioni di fedeltà o di prove d’amore a pretese di chiarimenti o provocazioni tese a verificare la fondatezza del sospetto non tanto sulla base di elementi oggettivi quanto sulla base del tipo di reazione della persona, cioè se la persona provocata dimostra di “capire” la gelosia del partner. Poiché la gelosia del sensitivo ruota intorno al suo stato d’umore, può apparire e scomparire improvvisamente, ma può degenerare in presenza di situazioni autentiche di tradimento o di competizione. Il problema nella gelosia sensitiva o umorale è che se la persona non si sente assecondata o rassicurata sul piano della gratificazione e dell’autostima, insiste nel provocare la partner e nel trattarla “come se” ve ne fosse ragione. In questa spirale, eventi inizialmente irrilevanti possono assumere proporzioni crescenti. Il geloso umorale non si sente sufficientemente ricambiato, o gratificato, o riconosciuto nel suo ruolo di parte dominante della coppia perché ritiene di non ricevere sufficiente attenzione, dedizione o amore, e fa equivalere questo ad un tradimento senza oggetto, un tradimento ideale. I gelosi umorali non necessariamente sono gelosi di altre persone, la gelosia può essere anche possessività, in cui sono gelosi dell’attenzione che il partner non dedica a loro, naturalmente secondo il loro punto di vista.

La terza forma di gelosia è quella paranoide, in cui la persona vive una realtà delirante di gelosia, cioè è convinto che esista un tradimento, spesso multiplo o paradossalmente senza sapere “con chi” o genericamente “con tutti”, indipendentemente da prove. Il pensiero non è derivato da una logica esagerata dall’ossessione, non è un estremo bisogno di attenzione e di gratificazione tradotto in un sentimento esacerbato di possesso e frustrazione. E’ invece un atteggiamento in cui la persona si sente provocata, oggettivamente messa in ridicolo o offesa dal comportamento fedifrago del partner. In alcuni casi di un partner che non esiste, come nel delirio erotomanico, in cui la persona è convinta che un’altra la ami, e quindi è gelosa come se la relazione esistesse. Il paranoico ha condotte paradossali, come quella di dichiarare apertamente le proprie accuse e contemporaneamente di tendere tranelli o controllare, allo scopo però di provare al mondo che il tradimento esiste davvero. Di fatto la gelosia, che verrebbe a decadere nella convinzione di un tradimento ormai accertato, consumato e spesso multiplo, prosegue seguendo un significato di rivendicazione e di vendetta. E’ una forma frequente nelle demenze o nell’uso di alcol e sostanze.
L’individuazione di questi diversi meccanismi fornisce una guida per decidere il tipo di cura da impiegare. I fattori favorenti o scatenanti devono essere tenuti in considerazione anche per prevedere futuri disturbi dello stesso tipo, magari non sul tema della gelosia ma su altri temi. Inoltre, se il partner è stato coinvolto dal problema, è utile che conosca il tipo di logica o non-logica del pensiero di gelosia in maniera da gestire il problema in attesa di una soluzione terapeutica.
 
 

 

Stalking – la sindrome delle molestie assillanti

 

Lo stalking è un comportamento che consiste nell’assillare, “stare alle costole” di una persona in maniera chiaramente molesta, e sollecitarne l’attenzione e le reazioni in una maniera assillante.

Il molestatore assillante (stalker) ha come scopo quello di coinvolgere l’oggetto delle sue attenzioni in un rapporto di qualche tipo, che può semplicemente essere quello creato dalla molestia.

Lo stalking prevede che, per almeno un periodo prolungato, lo stalker metta in atto una serie di iniziative, varie o monotone, in maniera ripetitiva e refrattaria alle dimostrazioni di fastidio o di allarme della persona. …continua a leggere

Le basi biologiche delle dipendenze

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

La necessità di discutere le basi biologiche della tossicodipendenza non è solamente scientifica, ma anche sociale. Tutt’oggi, le campagne di prevenzione e sensibilizzazione sul problema “droga” procedono su due binari palesemente divergenti: da un lato si denuncia la pericolosità delle droghe per il cervello; dall’altra, si propongono modelli di risoluzione del problema che fanno leva sui rapporti intepersonali, la loro forza e solidità, e la decisione da parte del tossicodipendente di “dare una svolta” alla propria vita in rovina. Questo secondo concetto presuppone un cervello sostanzialmente illeso, che cioè, una volta tolta l’intossicazione corrente, recuperi le potenzialità e le sensibilità alle classiche sollecitazioni morali e umane, che riportano le persone normali “sulla retta via”.

L’essere malattia della tossicodipendenza significa proprio il contrario: la malattia non comporta danni cerebrali collaterali, la malattia si fonda su un danno cerebrale comune a tutti i tossicodipendenti, che è la base del loro recidivismo, del loro comportamento ambivalente, della loro refrattarietà a intraprendere percorsi terapeutici e a concepire un benessere che non sia “drogato”.

 

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Alcolismo: domande e risposte

 

Cosa significa alcolismo ?

 

La diagnosi di alcolismo nel senso di tossicodipendenza da alcolici ha il significato che ha in generale una diagnosi di tossicodipendenza. Questo significato si può riassumere nella perdita stabile della capacità di mantenere il controllo sulla spinta ad assumere alcolici secondo le proprie intenzioni. In altre parole, l’alcolista è colui che non riesce a gestire l’alcol secondo una modalità intenzionale, ma ne subisce gli effetti, con un bere che non risponde più ad un progetto, ad un piacere, né alla ricerca di effetti utili. Questo tipo di incapacità di controllo, che porta a bere “al di là” delle proprie intenzioni e a non riuscire a evitare di bere senza sforzo nonostante le proprie intenzioni, non tende a tornare indietro da solo, cioè è cronico.

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Depressione, alcol e droghe

 

L’uso di alcol e droghe inizia solitamente con un umore tutt’altro che depresso, o quantomeno ambivalente. Certamente chi usa droghe, anche se è triste o di cattivo umore, ha l’istinto a spingere il proprio cervello in una direzione opposta. Altrettanto certamente il cervello è all’inizio in grado di rispondere in maniera euforica alle sostanze usate.

Quello che le persone non sanno, o a cui non riescono a dare il giusto peso, è che il cervello non è fatto per sostenere ripetutamente o abitualmente l’effetto euforizzante delle droghe e dell’alcol.

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