Fobie

Il termine “fobia” indica una modalità di reazione ad un oggetto, sia quando ci si entra in contatto concretamente che quando lo si pensa o lo si immagina. Si tratta di una paura, sentimento di per sé comune e funzionale ad evitare danni e pericoli. La fobia ha due caratteristiche che la rendono però fonte di disagio: innanzitutto non consente alcuna gradualità, cioè è una reazione esplosiva che non lascia spazio a tornare indietro. La paura si può vincere, si può addomesticare, si attenua mano a mano che si conosce lo stimolo, mentre la fobia al contrario non permette che questo normale rapporto di adattamento e di elaborazione delle paure si sviluppi. L’altro aspetto è che produce una situazione di limitazione per la persona, che vorrebbe esporsi allo stimolo, o vorrebbe poter essere libera di farlo, ma si rende conto di essere invece obbligata ad evitarlo. E’ ovvio che una paura può anche svilupparsi ed essere confermata: si ha istintivamente paura del fuoco e del calore forte, se si prova a toccare il fuoco la scottatura rinforza questa paura, che diventa contemporaneamente più “ragionata”, cioè si capisce che il fuoco è da evitare oltre certi limiti, non in assoluto. Nella fobia invece un incontro con un oggetto già temuto, o ancora non temuto, produce una reazione di terrore e di fuga che non consente alcuna elaborazione razionale, e la tiene bloccata (nel comportamento). Chi ad esempio ha la fobia dell’aereo, potrà ragionarvi in mille modi, il che non aiuterà però l’istinto a evitare nella vita reale di volare. Chiaramente alcune fobie possono in realtà essere insignificanti, cioè non influire in alcun modo sulla vita della persona, se riguardano situazioni o oggetti che non incontrerà mai o quasi, o non più. Ad ogni modo la consapevolezza di avere un limite rigido, di avere un terrore che sta in agguato, anche se nessuno lo sa e se è improbabile che debba rappresentare un problema, la persona con una fobia ha un certo disagio per questa sorta di handicap. Alcune persone si sentono limitate nelle loro scelte, altre si convincono di essere incapaci di fare qualcosa quando invece l’ostacolo non è la paura in sé, che sarebbe dominabile, ma la fobia. Altre ancora si convicono di essere paurosi, vigliacchi, incapaci di affrontare le proprie paure, e coltivano in segreto questo rammarico anche se nella vita riescono poi a superare situazioni ben più importanti.
Ci sono disturbi che si basano su una fobia, come il disturbo d’ansia sociale, altrimenti noto come fobia sociale. Questo comporta una serie di oggetti e situazioni che scatenano reazioni scomposte, o di imbarazzo, di fuga, che fanno andare “nel pallone”, o che fanno salire il terrore che gli altri si accorgano della paura che si prova, anche se non è visibile. Ci sono altri disturbi che si complicano spesso con paure di luoghi e situazioni, come il disturbo di panico. In questo caso si tratta di paure rivolte sia al corpo (morire, svenire, avere un infarto), sia alla perdita del controllo in generale per lo stato di panico che si è provato (non trattenere le feci, farsi la pipì addosso, vomitare etc), sia paure relative al fatto che luoghi o eventi particolari possano scatenare gli attacchi di paura. Il tutto si suole riassumere alla fine con il termine di “paura della paura”, poiché l’oggetto da evitare alla fine è sostanzialmente il panico.

Ci sono poi alcune fobie che si sviluppano in rapporto al fatto che la persona pensa in maniera ossessiva a determinate sue paure, o oggetti che gli producono repulsione, dubbio, che sente minacciose o non controllabili. Di conseguenza la paura, anziché rimanere flessibile, diventa rigida e impone l’evitamento di quegli oggetti o situazioni, con un rapporto ambivalente per cui la persona deve pensarle dentro di sé o esaminarle a fondo per poi rimanerne terrorizzato e evitarle o cercare rassicurazione. Questi quadri rientrano nel Disturbo Ossessivo, e sono note come “fobie ossessive”. In questo caso, specie se sono fobie astratte o concettuali, o di pensieri, non c’è una vera e propria reazione di fuga o evitamento ma una reazione ansiosa, anche con sintomi corporei come sudorazione o senso di nausea, quando la persona si concentra sui concetti o le immagini mentali che lo turbano.

Nei manuali sono riportate spesso delle “fobie semplici”, quando il meccanismo delal fobia è limitato a un oggetto, e non è una modalità generale di pensare o di reagire agli stimoli ambientali. Non è però raro che una fobia semplice faccia parte di una storia in cui poi compare un quadro ossessivo, di ansia sociale, di panico, o di ansia generalizzata.

Negli anni si sono accumulate descrizioni numerose di fobie, alla fine ripetitive, di solito definite con il nome di derivazione greca o latina. Le singole fobie non sono ciascuna una malattia a sé stante, e spesso sono varianti di una stessa fobia. Di sotto si riporta un elenco di nomi di fobie. Alcune suonano francamente assurde. Di solito le forme assurde rimandano ad un meccanismo ossessivo, in cui vi può essere un’associazione tra una caratteristica dell’oggetto e un disagio, un pericolo, un dubbio che innesca un pensiero non controllabile, cosicché la persona finisce per evitare quell’oggetto non tanto per le sue caratteristiche più comuni e principali, ma magari per un senso particolare che gli attribuisce, e magari anche per un ruolo che ha avuto nella sua storia personale.

ELENCO FOBIE

Ecco qui un elenco di fobie con un tentativo di raggruppamento per tema o per categoria dell’oggetto temuto. Per visualizzare l’elenco di tutte le fobie in particolare con relativo nome “tecnico” cliccare qui

Legate al panico

Luoghi alti, Luoghi chiusi o restare chiusi, Vertigine Luoghi aperti, Cadere, Viaggi e Spostamenti , Rimanere da soli,

Soffocare o strozzarsi col cibo, vomitare  

Interpersonali e sociali (Sociofobie, Antropofobie)

 

Malattie e funzioni corporee (Ipocondrie)

Malattie in generale, Malattie mentali, Dei medici e delle terapie, Aumentare di peso, Malattie specifiche, Febbre, Dolore, Defecazione Sangue

 

  

Di parenti o congiunti Di prestazioni Di attività da compiere in pubblico Rapporti intimi Sessualità Scuola, Vicini di casa Gruppi o pubblico in generale Persone di età diversa Essere puniti o fallire

Intellettuali e astratte

 

Destra, Sinistra Numeri, Simboli , Tempo Pensieri , Parole, Decisioni Morte

Novità Imperfezione Infinito Rovine Simmetria Asimmetria Disordine Tecnologia e progresso, Materialismo Poesia Musica Monotonia Oblio Libertà Gelosia Piacere, Contentezza Dimensioni

 

Animali (zoofobie)

 

  

Cavalli , Tori , Gatti FeliniCani Lontre, Talpe, Topi , Rane, Squali, Pesci, Rettili Serpenti , Galline, Uccelli, Api , Vespe Pungiglioni Insetti Termiti Tarme Formiche Ragni

Oggetti e elementi variColori vari Vetro Alberi Veicoli Armi Cibi Materiali Bambole Elettronica

 

 

 

Case Orologi Telefoni Specchi  

Personaggi e credenze

 

 

  

Xenofobie (Nazionalità) Demoni e spettri, cimiteri e superstizioni Chiese e preghiere, sacramenti, peccati Mestieri Devianze Pagliacci

Elementi naturali, catastrofi, calamità

 

Terremoti, Luce , Nuvole, Nebbia , Umidità, Buio, Mare, Laghi, Fiumi, Pioggia, Temporali , tuoni, Freddo, Ghiaccio, Neve , Caldo, Fuoco, Rumori forti , esplosioni, Vento, Corpi celesti

 

Eventi negativi personali

 

  

Diventare ricchi, diventare poveri, Appassionarsi a qualcosa Partorire Non trovare moglie/marito Rimanere soli Paura dei legami Fallimento Sposarsi Essere vittima di furti Essere avvelenato Incidenti Traslocare far ritorno a casa Tribunali

Sporcizia, repulsione

 

Microbi, germi , sporco polvere Materiali biologici , Odori Gusto Bruttezza Parti del corpo , Calvizie Peli Vecchiezza Rughe Secchezza

Dall’Attacco di panico al Disturbo di Panico

Gli attacchi di panico collegati ad una specifica situazione possono essere sottovalutati, appunto perché la circostanza in cui sono avvenuti è interpretata come fattore scatenante, o la causa. La persona quindi non teme che l’attacco si ripeta al di fuori di quella circostanza.

Gli attacchi “inattesi”, che poi sono quelli tipici, pongono invece da subito o successivamente uno stato di allarme senza una causa o un fattore scatenante preciso, e quindi un allarme che diventa sempre in agguato.

Allo stesso modo se dopo un primo attacco collegato ad una specifica circostanza, gli attacchi successivi accadono in circostanze diverse, così che i fattori scatenanti si moltiplicano e la persona si convince che l’attacco può capitare in una serie di circostanze diverse, quindi in sostanza senza un motivo unico e preciso.

 

Nelle situazioni in cui la persona ritiene che l’attacco possa “partire” oppure in cui ritiene che stia partendo, in base ad alcuni sintomi-“spia”, la persona sviluppa la cosiddetta reazione d’ansia anticipatoria. Si tratta cioè di una preparazione all’attacco che potrebbe venire, una preparazione ansiosa in cui l’essere preparati non migliora la gestione eventuale della situazione, ma anzi la peggiora. In questo stato mentale avvengono due dinamiche, di cui una è l’interpretazione dei fattori del momento come “pro” o “contro” –panico. Da una parte quindi la persona si lega agli elementi che ritiene siano utili nel prevenire l’attacco, o tenerlo sotto controllo; dall’altra fugge dagli elementi che ritiene possano scatenare il panico, o che renderebbero impossibile gestirlo (ad esempio l’affollamento, il luogo chiuso, la distanza da casa o da un luogo conosciuto, etc).

I due pensieri guida divengono: a) come evitare l’attacco; b) come fuggire al sicuro in caso di attacco. La persona tende a convincersi che l’ansia anticipatoria deve essere evitata perché altrimenti richiama l’attacco, ovvero che la persona si possa suggestionare al punto da provocarsi l’attacco di panico proprio per una paura di averlo.

L’attenzione e le contromisure in realtà tendono quindi a concentrarsi non sull’attacco di panico già in atto, che è comunque ingestibile, anche se può essere di intensità e durata variabili, ma sull’ansia anticipatoria, che diventa “l’ambasciatore” dell’attacco di panico. Concentrandosi sull’ansia anticipatoria la persona perde la visione razionale dell’attacco di panico, e si sposta su una visione “fobica”. In altre parole, dopo 10 attacchi di panico la persona dovrebbe convincersi che l’attacco non evolve in niente di particolare, che è un fenomeno conosciuto, che si escludono altri problemi di salute, e che passa da solo. Diversamente, nell’evoluzione del disturbo la persona è sempre più preoccupata di evitarlo, che possa avere conseguenze irreparabili, di impazzire, di perdere il controllo, di avere qualcosa che non va, o di poter avere qualche danno proprio come conseguenza di un attacco che non viene spento in tempo.

La persona quindi non si comporta cercando di gestire gli eventuali attacchi ma senza sacrificare la propria libertà di spostamento ed azione; viceversa sacrifica la propria libertà di spostamento ed azione nel tentativo di evitare il possibile attacco, e “drizza le antenne” dell’ansia anticipatoria, convincendosi che una miriade di segnali o di situazioni debbano essere utilizzate come indicatori di rischio per possibili attacchi.

La persona con panico quindi finisce per essere dipendente dall’ansia anticipatoria, mentre invece durante l’attacco avrebbe comunque una reazione di fuga e evitamento, ma non sempre e non a priori. Per questo motivo rispetto ai limiti comportamentali l’ansia anticipatoria è spesso più interferente degli attacchi.

Fatalmente nel tempo tutto questo significa solo una limitazione crescente in una serie di comportamenti, situazioni, distanze. Inoltre, la persona, specie se di sesso maschile, si rammaricherà di questo atteggiamento apparentemente “pauroso”, non considerandolo, oltre che pratico, neanche dignitoso e attribuendolo magari ad una debolezza morale.

I sintomi del panico sono vari e variabili. Dai più frequenti classici sintomi “toracici” a quelli abbastanza frequenti di tipo intestinale e dell’equilibrio (senso di mancamento, instabilità, testa confusa), sensazioni interne ed esterne (calori, bucature, dolori, bruciori etc). L’atteggiamento del cervello “in panico” è quello di considerare ogni sintomi come un elemento a sé stante, inizialmente nel tentativo di capire qual è il sintomo importante e cosa indica. Alla fine però si crea una confusione per cui ogni attacco con un sintomo diverso rinnova la paura, addirittura le persone riferiscono come diversi attacchi che di volta in volta al medico sembrano perfettamente identici agli altri. Spesso durante le prime fasi di cura gli effetti collaterali o sintomi di panico “filtrati” dal medicinale sono appunto vissuti con spavento perché classificati come attacchi “diversi”. La persona che può essersi tranquillizzata sull’innocuità dei “suoi” attacchi si allarma nuovamente se l’attacco cambia come tipo di sintomi.

 

Alla fine il quadro del disturbo di panico, così come lo si sente raccontare o lo si osserva dopo un certo periodo, si compone di

–         attacchi maggiori

–         attacchi minori, o “ombra”

–         ansia anticipatoria (paura del panico)

–         evitamento

–         dipendenza da fattori considerati protettivi

 

Per quanto riguarda l’ultimo punto in lista, esistono fattori “benigni” da cui si arriva a dipendere, come ad esempio l’essere accompagnati da una persona, o sapere che si è in contatto con una persona, e fattori invece tossici.

A volte il rapporto con il medico è disturbato (specie all’inizio, nelle prime fasi di cura) dal fatto che la persona vede il medico come una figura rassicurante, specialmente se lo ritiene competente, ma comunque genericamente rassicurante poiché medico. In questo può essere che l’essere medico e quindi un tecnico della materia sia scambiato per una cosa diversa, ossia essere la persona che meglio di chiunque altro può rassicurare e gestire l’ansia urgente. Non solo questo non è pratico, ma non è neanche una soluzione utile al panico. Il medico può essere considerato rassicurante o meno, spesso in ragione del fatto che è reperibile facilmente, che è disponibile a rassicurare: questa funzione però non è una funzione terapeutica, è solo una funzione indotta dallo stato di panico, cioè qualcosa a cui chi ha panico attribuisce importanza. Il rapporto con il medico prima che le cure facciano effetto quindi può complicarsi quando il malato faccia affidamento sulla presenza del medico un elemento nuovo ed efficace per controllare l’ansia: ciò comporterà angoscia e anche irritazione quando non riuscirà a trovarlo, a parlarci o non verrà rassicurata in maniera ritenuta sufficiente nel momento dell’ansia anticipatoria. Alcune persone finiscono per divenire “dipendenti” dalla rassicurazione da parte del medico e dall’altra parte rimangono delusi quando non hanno l’impressione che il medico attribuisca importanza alla necessità di rassicurazione. Questa situazione non è terapeutica, e anzi ostacola spesso la concentrazione e l’attenzione al vero percorso di cura del panico.

 

Decorso

 

Dopo la sospensione delle cure fino alla metà delle persone ha di nuovo i sintomi entro 6 mesi, e questo tipo di ricorrenza non è transitoria. Dopo qualche anno comunque circa la metà delle persone ha sintomi larvati o meno gravi, e circa uno su quattro ha il disturbo in maniera continua e piena.

 

Una cura per il panico quindi dovrebbe essere di durata abbastanza lunga, proseguire anche dopo la completa remissione dei comportamenti e dei pensieri tipici del panico, oltre che degli attacchi. Una volta ottenuti i risultati, la cura non dovrebbe essere sospesa o ridotta “al minimo”, ma mantenuta entro i limiti di efficacia. Questo vale sia per

Disturbo da stress post-traumatico: quando il tempo non guarisce

“Le cose di cui abbiamo più paura sono quelle che abbiamo già vissuto” – dal film One hour photo

Il disturbo da stress post-traumatico (DSPT) è un quadro che nel linguaggio comune spesso si indica approssimativamente con espressioni tipo “essere rimasti traumatizzati” o “non aver superato il trauma”. Queste espressioni, così come gli stessi concetti di trauma e di stress sono però utilizzati in maniera piuttosto vaga, e finiscono per significare poi genericamente una forma di disagio espresso mentalmente che è seguito a determinati eventi o situazioni spiacevoli.

Il DSPT si basa su un andamento caratteristico e fa riferimento allo stress “patologico”, cioè a quella forma di sollecitazione e attivazione dell’organismo e del cervello in risposta a eventi “pesanti” che impedisce di adattarsi, o semplicemente fa inceppare il meccanismo di adattamento, con il risultato di un trauma irrisolto e disturbante.

Innanzitutto si fa riferimento a eventi in cui la persona abbia subito una minaccia concreta della propria incolumità fisica e/o una segregazione (cattività), indipendentemente dalle attuali conseguenze o dai postumi corporei. Fanno parte quindi degli eventi “pesanti” catastrofi naturali, incidenti, aggressioni, vittimizzazioni con costrizioni, violenze fisiche o minacce. Sono possibili anche forme in cui l’atto violento è stato commesso ai danni di una terza persona molto vicina affettivamente con la persona che assisteva alla violenza.

Il disturbo non si sviluppa sempre subito, anche se vi è solitamente una fase immediata indicata come “stress acuto”. Questa poi può interrompersi con un apparente raffreddamento, magari anche eccessivo (uno stato di indifferenza e di anestesia emotiva, o di distacco paradossale). Segue la ripresa di una condizione di “stress” a evento finito, a distanza, definita appunto “stress post-traumatico”. In altre parole, la persona continua o riprende a vivere come se la situazione di rischio fosse sempre viva o come se si fosse appena conclusa. La persona è afflitta da ricordi, pensieri e flashback riguardanti il fatto, e vive appunto in una condizione di sovrapposizione cosciente di questi ricordi alla realtà, “come se” stesse ancora vivendo la situazione. Il fatto può diventare il tema unico o prevalente dei pensieri, dei discorsi e delle rappresentazioni (giochi, disegni, scritti). La persona può assumere atteggiamenti opposti, anche a periodi alterni, tra il terrore di entrare di nuovo in contatto con luoghi o dettagli che possono rievocare il fatto, oppure iniziare a rievocarlo appositamente come per trovare una soluzione, un senso, un “perché”. Nelle prime forme, “distoniche”, la persona descrive i pensieri come non desiderati e intrusivi, e assume un atteggiamento isolato e di difesa convinto che la soluzione migliore sia quella di “scomparire” dal mondo per non essere costretto a fare i conti con il mondo in cui si sono verificati i fatti, talvolta scegliendo di cambiare ambiente di vita. Nel secondo caso la persona è come assorbita dall’idea di dover andare fino in fondo, di dover vivere nella rievocazione rituale del fatto per trovare una via d’uscita o sprofondarvi completamente, senza riuscire a concepire una vera vita. In entrambi i casi la persona vive il fatto come uno spartiacque tra un prima e un dopo, per cui l’intera esperienza di vita ruota intorno al significato di quel fatto, che non doveva succedere ma che ormai è successo e non si può cambiare.

Questa “attualizzazione” e assolutizzazione sono proprio le caratteristiche che corrispondono alla sofferenza della persona. La memoria è eccessivamente viva, e quindi il meccanismo naturale di oblio, o di “messa in background” non riesce a innescarsi. ll cervello lavora come quando è in corso una guerra a cui non ci si può sottrarre, ma che si può solo gestire.

Naturalmente, nella maggioranza dei casi le persone riescono a superare i traumi vissuti. Se però questo percorso si interrompe e anzi si inverte, come nel DSPT, il trauma tende poi a rimanere irrisolto. Nel percorso traumatico normale si passa da una fase di reazione acuta, ad una di raffreddamento, in cui la persona può stupirsi della facilità con cui si è ripresa, e in un successivo adattamento con il recupero e la sistemazione dei ricordi e la costruzione di spiegazioni e di motivazioni per andare avanti. Nel trauma patologico invece le fasi sono più spiccate, sia la prima (stress acuto) che la seconda (raffreddamento) e sono seguite dallo stress post-traumatico, senza riuscire a passare alla fase di adattamento. L’adattamento non dipende tanto dal fatto che la persona si spieghi l’accaduto o lo giustifichi, ma dalla riuscita del meccanismo di oscuramento del fatto che è sistemato in maniera funzionale ma in posizione di sottofondo e non in primo piano.

Quel che sembra anomalo è la capacità di reagire in maniera efficace (cioè il meccanismo dello stress “positivo”), come quando non mettendo in funzione il muscolo giusto si impara a eseguire un movimento in una maniera sbagliata e che poi causerà problemi. Il perché di questa incapacità aumenta con l’aumentare del peso della violenza o dell’incidente subiti, ma esistono anche fattori di vulnerabilità biologica che variano a parità di tipo di evento traumatizzante.

I traumi più a rischio sono quelli da violenza personale (quindi per esempio da aggressione anziché da catastrofe), e i sintomi più a rischio, a parità di gravità complessiva, sono quelli dissociativi nella fase iniziale. Una fase spiccata di appiattimento emotivo dopo il trauma è una condizione a rischio per successivo disturbo da stress post-traumatico.

E’ difficile seguire in tempo reale la reazione ad un trauma per capire quali siano esattamente eventuali parametri corporei “spia” di una reazione che sta prendendo una piega patologica. Nel disturbo però si sa che la reazione agli stimoli che richiamano il trauma è esplosiva, di fuga o violenza ad esempio, mentre la reazione ai normali stimoli è attutita. Gli stimoli ansiogeni suscitano una reazione aspecifica, come se la risposta di difesa o di contrattacco fosse una modalità ormai standard di reazione anche a stimoli che niente hanno a che vedere con il trauma originario.

Le persone che hanno subito un trauma ma si sono ripresi possono però non resistere a traumi ripetuti. Questo accade perché, anche in persone psichicamente non sofferenti, il ripetersi dello stesso trauma (ad esempio stupro o rapina) può alla fine provocare il disturbo. Le persone che già hanno subito un trauma dello stesso tipo (stupro) sono infatti più a rischio di avere uno stress post-traumatico di quelle che subiscono la violenza per la prima volta.

Il DSPT è teoricamente prevenibile, anche se non è sempre facile intervenire sulla persona traumatizzata, e anche perché molti pensano che curare una persona che ha subito una violenza in qualche modo sia una “forzatura” che impedisce alla persona di cercare di non pensarci o di reagire con le sue forze. Questo atteggiamento è ingiustificato, ed è sempre bene verificare che non esista un rischio particolare di DSPT e che la reazione al trauma si stia svolgendo in maniera fisiologica.

Quando si diagnostica un DSPT è importante che siano evidenziati i sintomi tipici, poiché spesso sono evidenti alcuni sintomi depressivi e le anomalie comportamentali, mentre i pensieri e i ricordi sono raccontati malvolentieri dalle persone, o almeno non così facilmente specie se richiamano a violenze personali, sessuali e non, o a fatti di cui si è stati testimoni o partecipi. Non si rado si sviluppano DSPT in persone che hanno compiuto violenze a danni di altri in condizioni particolari, che poi sono vissute in una fase successiva con sentimenti di colpa, vergogna e con la sensazione di dover “scontare” quel che si è fatto con una condanna a ricordarlo per sempre. Il meccanismo dello stress post-traumatico può inserirsi in quadri psichiatrici di altro tipo come ad esempio il disturbo bipolare, diventando un fattore di rischio per condotte autolesive o abuso di alcol e sostanze.

Il disturbo è trattabile. Esistono medicinali e psicoterapie efficaci nel far maturare quel distacco dal ricordo che non è maturato in precedenza, e che quindi ridanno forza al naturale equilibrio tra memoria e oscuramento che permette di sistemare i ricordi evitando di rincorrere un perché inesistente e di vivere in funzione di un problema che altri (o il destino) hanno creato e che invece finisce per condizionare il senso della vita di chi ne è stato vittima. La cura è quindi una sorta di tutore che aiuta i circuiti della risposta al trauma a far funzionare i giusti meccanismi di elaborazione e ridimensionamento. Molte persone, ormai “attaccate” ossessivamente al trauma, non accettano subito di curarsi perché convinte di dover trovare la soluzione, felice o infelice che sia, da soli faccia a faccia con il loro trauma. E’ invece importante lasciare in sospeso questa visione per verificare quali vantaggi si possono avere da una cura.

Derealizzazione e Depersonalizzazione

Questi termini indicano un insieme di sintomi che si possono presentare sia in forma di episodi brevi e ricorrenti, sia in forma di fasi, cioè periodi prolungati, fino a forme di fondo, continue e di lunga durata. Quando i sintomi sono quelli prevalenti e costanti nella storia della persona si utilizza il termine di “disturbo da depersonalizzazione/derealizzazione”, mentre i sintomi sono presenti in una varietà di disturbi altrimenti definibili (panico, umore, psicosi). Questi sintomi si indicano anche come “sintomi dissociativi”, ma va precisato che questo termine (dissociativo, dissociazione) non ha a che vedere con il significato del termine in uso nella psichiatria di qualche decennio fa, che ancora è impiegato. La vecchia “crisi dissociativa” o “stato dissociativo” erano più o meno episodi psicotici, magari senza un delirio continuo o ben definito, ma sostanzialmente questo era il senso. I sintomi “dissociativi” a cui stiamo facendo riferimento in questo caso invece sono altra cosa, non richiamano quindi automaticamente alla psicosi.

Essere “derealizzato” significa sentirsi fuori dalla realtà, come su un piano diverso, di non-appartenenza di ciò che si fa, si dice. L’identità è come congelata, fissata in un punto che non coincide, non combacia con ciò che accade, che ricordiamo, che diciamo. Ci si sente come se ci si guardasse o sentisse da fuori, come se il mondo di fronte fosse una specie di maxischermo, o di illusione. Il senso comune e automatico delle parole, delle cose, del tempo si allenta, è come se il senso globale non ci fosse più. Per questo quando la persona parla e agisce in queste circostanze si sente come un burattino, un automa, qualcuno che recita una parte, che dice alcune cose senza di fatto percepirne il senso, trovandole buffe o prive di senso. Questo può ostacolare la comunicazione, soprattutto la comunicazione emotiva, l’espressività. Depersonalizzazione si riferisce all’estraneità rispetto al proprio corpo, quindi al sentirsi fuori dal corpo, o come in un guscio, in un’armatura, dietro una maschera. Sono coinvolte anche le funzioni mentali, per cui non si avverte più la spontaneità del flusso dei pensieri, si ricordano le cose ma si stenta a riferirle a sé, quasi come se ci si ricordasse di un se stesso in terza persona. Nel momento in cui la depersonalizzazione aumenta o inizia c’è la paura di perdere contatto con la realtà, con se stessi, di non riuscire più a sapere cose fondamentali come la propria identità, il tempo e lo spazio in cui si agisce, il senso emotivo delle cose e dei rapporti.

La derealizzazione è comune durante gli episodi depressivi, si parla di depersonalizzazione affettiva per indicare l’inaridimento emotivo del paziente depresso. E’ comune durante o dopo gli attacchi di panico, e può persistere per ore o giorni insieme alla paura di un nuovo attacco o con uno stato di debolezza e demoralizzazione. Può essere una condizione premonitrice di crisi psicotiche, specialmente in questo caso associata ad uno stato di perplessità, in cui la persona è assorbita dall’idea di dover mettere a fuoco qualcosa: la realtà si scompone per lasciare il posto ad una nuova configurazione, rimane sospeso come chi deve attendere il momento giusto per capire qualcosa.

E’ molto frequente che uno stato di derealizzazione continuo si sviluppi come espressione di un disturbo ossessivo. Negli stati di preoccupazione ossessiva per le proprie funzioni mentali, o per elementi riguardanti le proprie emozioni, i propri rapporti con gli altri e la giustezza delle proprie azioni, nel tempo la persona tende a vivere in una specie di “binario” ossessivo che lo tiene separato dalla realtà. All’inizio questo può essere una posizione di distacco necessaria a pensare, razionalizzare, riflettere e analizzare le cose alla ricerca del migliore ordine o della risposta più convincente. Alla fine invece diviene una condizione di distanza, di fluttuazione, come di chi è disabituato al contatto immediato e intuitivo con la realtà, e quindi la esamina ancor prima di averla assorbita, dal proprio respiro alle parole dette dagli altri, alle cose che si parano davanti agli, alle azioni da compiere. Le persone in preda alla derealizzazione ossessiva si sentono o sono rallentate, impacciate, congelate. Si sentono esiliate in una realtà parallela da cui si vede tutto, si sente tutto, e si riesce anche volendo a fare tutto, ma in maniera innaturale, dovendo per forza “recitare” o senza riuscire ad essere naturali. Il tutto comporta quindi uno sforzo insostenibile, nel senso che anche ci si pensa mentre si pensa, si agisce, si parla, il tutto come se si dovesse “editare” o passare in rassegna il proprio esistere secondo per secondo prima di farlo uscire, o di far entrare messaggi da fuori. Di solito la derealizzazione ossessiva si accompagna a domande assolute e prive di costrutto, del tipo “giusto o sbagliato”, “buono o cattivo”, “fa parte di me o non fa parte di me”, etc riferiti a qualunque stimolo esterno, dalle facciate delle case alle persone che si incontrano.

La cura dei sintomi di depersonalizzazione deve partire dalla diagnosi. Dopo aver impostato le cure per la diagnosi di fondo è bene attendere un certo numero di settimane, perché si tratta di sintomi a lenta risoluzione. Nelle forme ossessive in particolare può essere utile una psicoterapia. Alcuni farmaci possono inizialmente peggiorare queste sensazioni. Viceversa, alcuni farmaci possono attenuarli ma producendo nel tempo un maggiore appiattimento affettivo.

Depressione, ansia e cancro

Tipi e tempi delle reazioni emotive alla diagnosi di malattia tumorale

La reazione alla diagnosi di neoplasia fa riferimento all’idea di una malattia maligna, a prognosi incerta, potenzialmente letale dopo un periodo più o meno lungo di menomazione o distruzione della qualità di vita. La reazione coinvolge la vita affettiva come nucleo centrale della vita psichica dell’individuo, e può svilupparsi con diverso andamento. Tipicamente, la reazione emotiva avviene alla diagnosi, ma una fase precedente in cui già il cancro era sospettato, o ipotizzato, può rendere la reazione particolarmente violenta ed esplosiva. Ciononostante, il vero problema clinico si pone dopo la fase iperacuta della reazione, quando il paziente può dimostrare di adattarsi o meno alla situazione definita in termini diagnostici. Durante l’evoluzione della malattia, il carico stressante può variare in rapporto allo stadio iniziale; alla progressione, stabilità o regressione del processo neoplastico; alla presenza di sintomi “spia”; al successo o meno delle terapie, e alla disponibilità o all’esaurimento delle opzioni terapeutiche.
Le reazioni immediate alla diagnosi possono essere clinicamente rilevanti per intensità dei sintomi, ma sono di regola transitorie (oscillazioni) 38. La reazione ansiosa alla diagnosi sarebbe, addirittura, un buon indicatore prognostico 7-8.
La reazione dopo la diagnosi può assumere diverse connotazioni patologiche: depressiva, fobica, anancastica. Nella reazione depressiva, l’iniziativa e il coinvolgimento spontaneo nel problema si riducono, l’umore si fa arido e piatto, gli oggetti esterni o i pensieri non offrono alcun piacere o stimolo, il pensiero monotono e non è contemplata soluzione alcuna (mancanza di speranza), né è dato alcun peso agli elementi a favore. La reazione depressiva è da considerarsi equivalente alla depressione spontanea, in termini prognostici e terapeutici.
Nella reazione fobica, si sviluppa un atteggiamento di evitamento, essendo la paura per la malattia e le sue implicazioni abbastanza forte da non consentire di contrastarne il decorso, e da inibire ogni comportamento che ne rinnovi la consapevolezza. L’evitamento può comprendere lo stesso trattamento, e interferire con l’aderenza ad un protocollo efficace 11.
Nella reazione anancastica, si mette in atto un meccanismo di controllo della malattia, attraverso il coinvolgimento attivo e scrupoloso nelle procedure diagnostiche e terapeutiche. Questo tipo di reazione, che rappresenta un adattamento iniziale, può facilmente evolvere verso uno scompenso nel momento in cui la malattia assume un decorso non controllabile, o nella fase di follow-up, in cui a fronte di un primo successo non vi sono però certezze prognostiche. L’intolleranza per l’indefinizione e l’impotenza di fronte a variabili indipendenti caratterizzano la modalità anancastica di pensiero, che in queste condizioni produce un disturbo dell’adattamento.
La condizione più frequente nel paziente oncologico, in cui vi può anche essere “umore depresso” è inquadrabile come disturbo dell’adattamento, mentre meno frequente, e non diversamente che in altre popolazioni mediche, è la depressione maggiore1, 5, 18-19, 36. Rileggendo l’analisi di Weisman e Worden40, la maggioranza degli indicatori di “stress emotivo maggiore” sono atteggiamenti, comportamenti o vissuti sintomatici di depressione (sfiducia, idee di colpa, propositi suicidari, vissuto di impotenza, scetticismo rispetto all’ambiente, atteggiamento di ritiro e incapacità di prendere iniziative).

Tipi di depressione

 Una distinzione clinicamente utile è quella tra reazione depressiva e non-depressiva (in genere ansiosa), in base alla predominanza, nel quadro clinico, della mancanza di speranza (hopelessness), correlata con una perdita di reattività, o da un sentimento di impotenza di fronte al pericolo (helplessness), corrispondente ad uno stato di preoccupazione. Sul piano sindromico, è utile ricercare i segni di un processo di rallentamento, che sottende il disturbo depressivo primario: a) perdita della capacità della consumazione piacevole e della prefigurazione del piacere (anedonia consumatoria e anticipatoria); b) rallentamento nella programmazione attuazione e esecuzione di gesti o azioni, con vissuto di perplessità, impotenza o incapacità decisionale. Il rallentamento comprende anche l’attività mentale, con monotonia e semplificazione delle idee spontanee e difficoltà a concepire ed elaborarne di più complesse. Sia la reazione depressiva che quella fobica possono produrre una “paralisi comportamentale”, che nel primo caso è sostenuta dalla paura del confronto con gli esiti sfavorevoli, potentemente anticipati a livello ideativo; e nel secondo è invece legato ad una sensazione di “rimanere indietro” rispetto allo svolgimento degli eventi e non essere in grado di operare nessuna scelta in nessun contesto. In alternativa al rallentamento, la psicomotricità del paziente depresso può essere accelerata, configurandosi così una depressione agitata. In essa il paziente ha maggiore iniziativa comportamentale, al seguito di temi e spunti di natura depressiva, ed è quindi a maggior rischio per condotte eterolesive. c) coscienza di realtà, che nel paziente depresso può venir meno quando il vissuto di colpa, rovina e morte, da aspetto dominante e saliente della prefigurazione del futuro diviene convinzione. In questa evoluzione delirante del pensiero depressivo viene meno la funzione di potenziamento delle aspettative positive, per illusoria che sia, che è invece presente nella reazione del paziente di fronte ad una prognosi con un margine seppur minimo di indefinizione. La perdita del piacere, della capacità operativa e di una prospettiva positiva nel paziente oncologico depresso sono alla base delle condotte suicidarie, che sono in verità rare in questa popolazione5.
L’importanza della conoscenza dei sintomi depressivi primari da parte dell’oncologo è evidenziata da Passik e coll.27: in assenza di conoscenze specifiche, le sindromi più visibili agli occhi del personale oncologico sono quelle con umore depresso e pianto, mentre l’anedonia, le idee di colpa, i propositi suicidari e la mancanza di speranza tendono a rimanere occulte. Ne consegue che le depressioni medie-lievi, spesso secondarie ad altri disturbi e qualitativamente diverse, sono riconosciute più agevolmente e in maniera più concorde delle forme gravi. I disturbi psichiatrici nei pazienti oncologici possono essere identificati adeguatamente attraverso l’uso, magari ripetuto (per esempio pre/post operatorio), di questionari standardizzati come la Hospital Anxiety and Depression Scale13, 23, 29.

Sintomi e meccanismi di adattamento

Le reazioni patologiche, per definizione, non offrono alcuno strumento per adattarsi alla malattia e peggiorano la capacità di contrastarne il decorso sfavorevole: esse rappresentano un disadattamento. L’adattamento, al contrario, consiste nello sviluppo di una reazione alla malattia il cui risultato rende possibile e accettabile la convivenza con la nuova condizione o con la nuova prospettiva. Il controllo della risposta alla malattia può avere diversa impostazione a seconda della prospettiva offerta dalla malattia stessa, tendendo in ogni caso a produrre un adattamento. Ad esempio, nella fase della diagnosi, può essere utile contrastare una reazione ansiosa paralizzante rispetto alle prospettive di intervento, e ad una prognosi abbastanza indefinita da offrire speranze realistiche. In questo caso si cerca di allineare la reazione del paziente alle reali probabilità, in modo da rendere il paziente capace di sfruttare le risorse a disposizione. Nelle fasi terminali, invece, il paziente può opporre a prospettive sempre più univoche una speranza di guarigione o di cura. Questa, per quanto irrealistica, consente di ottimizzare la qualità di vita e il comportamenti nei riguardi della malattia, laddove una consapevolezza piena delle proprie condizioni ed una aderenza alla realtà corrisponderebbero ad uno scompenso affettivo. La maggior parte dei pazienti, quando la malattia progredisce, richiede comunque assistenza e interventi di risoluzione dei sintomi21, a prova del fatto che la persistenza della speranza è un fenomeno spontaneo fino alle ultime fasi della malattia. Nell’ultima fase, qualora vi sia consapevolezza della morte imminente, la disperazione necessariamente subentra alla spinta vitale, senza rappresentare una modalità di reazione utile. Pertanto, l’intervento psichiatrico potrà offrire una funzione tampone rispetto all’ansia crescente, e produrre una condizione di relativo distacco rispetto all’exitus. La fase terminale, pur definita in base all’assenza di una prospettiva terapeutica specifica, può coprire un periodo lungo, durante il quale il paziente prende consapevolezza crescente attraverso il progredire dei sintomi, il dolore, la destrutturazione degli interventi terapeutici. Attraverso queste fasi, la qualità di vita del paziente rimane come obiettivo costante10, mentre la preoccupazione circa l’utilità operativa della reazione viene meno con il restringersi della prospettiva verso l’exitus.
Per quanto concerne la consapevolezza, esistono due linee di condotta, una che richiama a istanze medico-legali, l’altra alla preservazione della qualità di vita del paziente. Si può comunque affermare che, nella misura in cui il paziente collabora con l’iter terapeutico, non esistono ragioni mediche per comunicare in maniera definitiva una prognosi infausta, se il paziente non dimostra per richiesta esplicita o con il suo comportamento di essere interessato alla diagnosi.

Obiettivi della terapia

Gli obiettivi di un intervento sull’affettività del paziente neoplastico possono essere sintetizzati come segue:

  • mantenere il compenso dell’eventuale disturbo psichiatrico già diagnosticato
  • permettere la partecipazione al programma terapeutico, ripristinando o sostenendo l’iniziativa
  • contrastare la preoccupazione, intesa come ideazione dominante e invasiva, che non potenzia la capacità di gestione della malattia rispetto alla semplice attenzione, e peggiora la qualità di vita.
  • Prevenire gli eventi terminali (suicidio, suicidio allargato), poiché il rischio suicidario correla di regola con uno stato di sofferenza psichica.

Più in generale, l’intervento dovrebbe procedere secondo due linee fondamentali. Da una parte, e innanzitutto, controllare e contrastare tutti quei fattori che, nel loro insieme, rendono mal sopportabile la quotidianità per il paziente (dolore totale). Dall’altra, e in seguito, potenziare, introdurre o privilegiare quei fattori che ne rendono invece significativa la quotidianità stessa. Sono inclusi in quest’ottica i fattori che motivano il paziente, poiché, anche se collocati nel futuro, essi rappresentano una prospettiva piacevole o desiderata che dà significato al presente (piacere totale). In riferimento all’impostazione diagnostica precedentemente indicata (reazione depressiva vs. non depressiva), si deve precisare che, di fronte ad una reazione depressiva il ripristino della capacità di iniziativa da parte del paziente è propedeutico rispetto ad ogni miglioramento della qualità di vita, poiché niente è fruibile in senso positivo in corso di episodio depressivo.

Farmaci

Nella gestione dell’adattamento all’idea del cancro, o alle oggettive situazioni che la malattia determina o modifica rispetto alla vita dell’individuo, interventi non-farmacologici di vario tipo hanno dimostrato un’utilità apprezzabile 2, 6, 12, 14, 17, 31-35.
Gli strumenti farmacologici possono essere utili per risolvere un disturbo, consentire l’adattamento alla malattia o semplicemente migliorare la qualità di vita. Gli antidepressivi triciclici pongono, come in ogni altra popolazione, problemi di tollerabilità a dosi terapeutiche; tuttavia, essi non sono sostituibili nelle forme depressive anedoniche e rallentate, e sono dotati di specifiche proprietà antidolorifiche e antiemetiche. I farmaci altamente selettivi per il reuptake della serotonina (SSRI) sono di prima scelta nel controllo delle reazioni ansiose, o nelle reazioni dominate dalla prefigurazione terrifica delle conseguenze della malattia. Il loro effetto “frontalizzante” contrasta l’ideazione fobica o ossessiva, l’ansia anticipatoria che ne deriva e l’inibizione comportamentale conseguente. Il significato affettivo della situazione è così oscurato, senza modificare il giudizio e la prontezza comportamentale. La fluoxetina9, 15, 27, 30 e la paroxetina24-26, 28, sono dimostratamente utili per questi obiettivi. Tra gli altri farmaci, la mianserina ha un potenziale d’impiego documentato 3, 22, 37, mentre uno studio indica la possibilità di utilizzare la tioridazina16.
Le benzodiazepine possono essere utili nel gestire fasi di durata limitata11, quindi quella acuta iniziale di una reazione ansiosa, come quella terminale di una consapevolezza di morte imminente. Nel primo caso, l’intervento psicoterapico, che è dimostratamene utile7-8, 34-35, può costituire un’occasione per stabilire un contatto umano utilizzabile anche in seguito. Peraltro, la reazione ansiosa iniziale è significativamente sensibile al placebo38.
I farmaci psicotropi possono risolvere, al di là dell’efficacia sui sintomi affettivi, anche sintomi somatici aspecifici, quali tensione muscolare, nausea, cefalea, algie, dispepsia, “bolo” esofageo, sintomi addominali legati a discinesie gastroenteriche. Meno conosciute sono invece le caratteristiche psicotrope dei farmaci utilizzati nel trattamento del dolore. In particolare, nell’ambito della categoria degli oppiacei, le diversità farmacocinetiche e farmacodinamiche influenzano alcune importanti proprietà  sulle funzioni psichiche associate al sistema oppioidergico. I farmaci rapidi, insostituibili nel trattamento del dolore acuto e break-through, determinano in somministrazione ripetuta e regolare una condizione di distonia oppioidergica, episodi microastinenziali negli intervalli tra le somministrazioni, peggioramento del tono affettivo (disforia), del controllo sull’ansia e sull’aggressività. Il paziente, tollerante al picco di stimolazione della morfina dopo trattamento cronico, si ritrova sotto la soglia di tolleranza (e quindi in debito oppioide) a distanza dalla somministrazione. I farmaci “lenti” e long-acting, come il metadone e la buprenorfina, o i preparati morfinici a lento rilascio, producono invece una stimolazione tonica la cui efficacia tende a stabilizzarsi nel tempo 4. La cinetica lenta e il profilo “tonico” della stimolazione oppioidergica correlano con lo scarso/nullo potenziale di abuso del preparato, anche se spesso questo aspetto è secondario in ambito oncologico. Questo assodato e importante effetto normalizzante degli oppiacei tonici sulle funzioni psichiche (e non solo), anche rispetto ad uno scompenso già indotto con oppiacei morfino-simili, è evidente nelle popolazioni di eroinomani e morfinomani nei programmi di mantenimento metadonico20 e può essere verosimilmente traslato all’ambito oncologico.
Un altro elemento distintivo è rappresentato dal rapporto potenza/affinità, che corrisponde alla entità dell’occupazione dei recettori oppioide a parità di efficacia antalgica. Il metadone, ad esempio, ha potenza tale da produrre un effetto significativo con una occupazione  parziale dei recettori m; inoltre, la bassa affinità di legame rende possibile l’accesso a dosi supplementari di oppiaceo rapido (es.morfina) per il controllo del dolore break-through. La buprenorfina, invece, con l’aumentare del dosaggio, tende ad occupare la totalità dei recettori m, con affinità tale da impedire l’accesso a boli di oppiacei supplementari 39. Questo effetto permissivo o non-permissivo si attua sia sugli oppiacei endogeni, sia sulle montate endorfiniche, e condiziona quindi anche la possibilità di compenso o di gratificazioni endogene del paziente. L’interferenza che un agonista parziale ad alta affinità come la buprenorfina produce sui picchi endorfinici diviene importante quando il fabbisogno antalgico aumenta e le dosi divengono medio-elevate (> 8 mg/die). A livello farmacodinamico, l’azione sul recettore κ è ritenuta responsabile della disforia da morfina, cosicché i k-antagonisti come la buprenorfina sarebbero preferibili nel trattamento cronico.

Conclusioni

 Nel paziente oncologico si verificano reazioni affettive corrispondenti, nella maggior parte dei casi, a disturbi di ordine ansioso e depressivo. Criteri cronologici e diagnostici consentono di distinguere le forme gravi e quelle per le quali non è necessario un intervento specifico. Nella prospettiva di un intervento psichiatrico, è necessario conoscere i sintomi del rallentamento psicomotorio rispetto a quelli di ordine ansioso, in modo da poter scegliere gli strumenti di efficacia specifica in questa sindrome a significativo rischio suicidario. Il carattere “esogeno” non corrisponde ad una varietà clinica in senso diagnostico o prognostico. L’individuazione precoce dei disturbi psichiatrici del paziente oncologico è possibile mediante l’impiego di strumenti standardizzati specifici per il contesto in cui tali sindromi si sviluppano. I farmaci antidepressivi e le benzodiazepine sono utili nella terapia sindromica, mentre le benzodiazepine si prestano ad un intervento sintomatico di fase acuta. La scelta del farmaco oppioidergico per la terapia del dolore ha importanti implicazioni rispetto all’equilibrio psichico e alla qualità di vita del paziente, per le diverse, talora opposte, proprietà psicotrope dei vari composti.

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Ipocondria

Con questo termine si intende la preoccupazione per il proprio corpo e le sue funzioni, che si produce spontaneamente o secondo meccanismi che producono un grado di angoscia inutile o gratuito.

Il termine non indica una malattia specifica, e può riferirsi a stati mentali propri di disturbi diversi. Si esamineranno i casi più frequenti: il panico, il disturbo ossessivo, la depressione e le psicosi. …continua a leggere

Ansia sociale, Fobia sociale

Ansia sociale” è un’espressione che indica una reazione di diffidenza, timore o vera e propria paura in situazioni in cui si è sottoposti al giudizio o al confronto con altre persone. Non importa che questo confronto sia sempre “fisico” o che gli altri esprimano opinioni o assumano atteggiamenti negativi rispetto a quel che si dice o si fa, è sufficiente che la loro presenza, o il sapere che potranno giudicare o commentare quello che la persona ha fatto o detto. …continua a leggere

Dismorfofobia

 

La dismorfofobia è un disturbo che consiste nella sofferenza legata al pensiero di essere brutti. Nel tempo questa paura ha un’evoluzione, e cioè diventa la convinzione di non essere abbastanza belli da non dover aver disagio. Dalla paura di una cosa si passa all’idea di essere quella cosa. Chi ha questo tipo di problema in fase avanzata di solito si presenta in questi termini “sono depresso e angosciato perché sono brutto, se fossi diverso, se fossi un “bello” certamente il problema non ci sarebbe”. Il comportamento rincorre alternatamente l’idea di migliorarsi o l’idea di correggersi o mascherarsi, ma in tutti e due i casi non c’è mai la soddisfazione per essere sufficientemente belli, se mai di essere sufficientemente meno brutti. Quel che conta è quanto la persona si percepisce lontana da una situazione di non-presentabilità estetica. In alternativa, se la persone non si ritiene brutta, è però terrorizzata dal poterci diventare, quindi da poter imbruttire, invecchiare. …continua a leggere

Attacchi di panico: domande e risposte

 
A cosa sono dovuti gli attacchi di panico ?
Non esiste una ragione psicologica specifica conosciuta, incluse quelle “nascoste” che, in quanto “nascoste”, nessuno può stabilire se abbiano senso. Molte persone nel tempo si demoralizzano per i limiti causati dal panico, e si convincono di avere problemi più o comeno complessi e particolari con varie situazioni, o in generale di essere “paurose”. Il panico è un disturbo in cui si sviluppa una reazione d’allarme, per un meccanismo che utilizza il sistema d’allarme naturale del cervello, collegato a tutto l’organismo, ma lo fa scattare troppo spesso e “a vuoto”. …continua a leggere

Psicoterapia – Ossessioni

Le ossessioni sono elementi di pensiero (immagini, memorie, parole, etc) che assillano una persona spingendola a produrre una risposta che le “spegne”, almeno temporaneamente. No importa quale contenuto abbiano, la persona le riconosce nel proprio cervello perché si producono senza la possibilità di scegliere se farle entrare o meno. Non c’è controllo “in ingresso” da parte della persona, che le subisce e non può continuare a pensare o ad agire se prima non le ha attenuate. Tecnicamente si dice che sono “ego-distoniche”, e cioè in parole povere intralciano le attività desiderate dalla persona “tirando” la sua attenzione e la sua preoccupazione in altre direzioni mentali. …continua a leggere

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