Cleptomania

Cleptomania – “Rubare patologico”

 

 Voglio Diventare Grande

La cleptomania è il rubare patologico. Si intende per patologico ciò che va contro le intenzioni della persona, anche se consiste in un comportamento volontario, e anzi desiderato e svolto con lucidità. Non è compromessa la capacità di volere, ma quella di volere-che-non. In altre parole, il controllo sulla voglia di commettere determinate azioni, che prende il sopravvento. Il fatto che poi si tratti di un rubare non intenzionale si ricava anche dal rapporto sbilanciato tra numero di furti e rischio e valore o scelta degli oggetti da rubare. Il cleptomane è concentrato sull’atto della sottrazione, sull’appropriarsi senza pagare, sul “fregare” chi controlla, mentre l’utilità di ciò che sottrae è incidentale. Il cleptomane si adatta anche a rubare quel che trova, e può capitare che getti la roba rubata per evitare problemi, una volta compiuto l’atto.

 La cleptomania può essere un aspetto emergente di un disturbo psichiatrico altrimenti definibile, più raramente è il solo tipo di manifestazione psichiatrica nel corso della vita di chi ne soffre.

 Infondatamente, così come per molti altri quadri psichiatrici, per molto tempo è stata sistematicamente trattata o con interventi di sorveglianza ed educazione, o con presunti trattamenti psicologici o sedute di interpretazione di un ipotetico disagio alla base della voglia di rubare.

 Poiché il fenomeno è quello di una smania ricorrente di compiere un atto, associato ad un senso di soddisfazione e di piacere durante l’atto, si è pensato di provare un trattamento che funziona anche in altre “dipendenze”, ovvero situazioni di ricorrente perdita di controllo sulla voglia di compiere atti vissuti come gratificanti.

 Ad oggi il trattamento con antagonisti oppiacei (naltrexone) ha dimostrato in maniera controllata un certo grado di utilità. Nel dettaglio, si hanno i dati su un piccolo gruppo di pazienti seguiti per tre anni, di cui la metà circa ha “smesso” di rubare, o almeno così riferisce in anonimato, e circa 3 su 4 hanno comunque avuto una riduzione, almeno parziale, degli episodi di furto, comprese anche le conseguenze legali dei singoli episodi. I dati di questo tipo sono importanti, perché danno l’idea di un effetto stabile nel tempo, o progressivo.

 Le persone che hanno avuto problemi legali per furti di tipo cleptomanico dovrebbero sapere che per la propria difesa è quindi proponibile una soluzione terapeutica, che non è soltanto alla cieca, ma fondata su dati scientifici.

 Il meccanismo con cui la cura funziona potrebbe essere di due tipi. Il farmaco è in grado di bloccare la crescita dell’impulso di partenza, l’eccitamento verso il furto. Inoltre, può mantenere l’equilibrio mentale tra smania di rubare e percezione emotiva del rischio a favore di quest’ultimo, e quindi mantenere viva l’ansia delle conseguenze. Il cleptomane spesso quando compie l’atto è come “preso” da una spinta che lo rende anche in grado di comportarsi in maniera disinvolta, come se fosse assente, dissociato, non sentisse imbarazzo, ansia e vergogna. Mantenere invece questo tipo di emozioni senza permettere che siano oscurate potrebbe essere alla base del “freno” farmacologico che si crea con il naltrexone.

Un aspetto collaterale del trattamento è quello della carenza di gratificazione che chiunque, abituato ad uno sfogo, può percepire. Chi risolve la dipendenza ne è contento, ma può in un primo momento trovarsi anche con un “vuoto” di piacere.

Grant JE. Understanding and treating kleptomania: new models and new treatments. Isr J Psychiatry Relat Sci; 43, 2: 81-87.

Grant JE. Outcome study of kleptomania patients treated with naltrexone. A chart review. Clin Neuropharmacol 2005; 28:11-14.

Stalking: considerazioni in materia legale

Lo stalking (Atti persecutori, art 612 bis CP)è un reato di recente definizione. Il reato si riferisce a condotte ripetute, con carattere molesto o minaccioso che causano in chi le subisce uno stato di malessere duraturo e di un certo peso centrato sulla paura del ripetersi della molestia stess o del disagio per averla subita, oppure fanno nascere una paura per qualcosa di peggiore (la propria incolumità o quella di una persona cara), oppure ancora costringono la persona a cambiare le proprie abitudini di vita per sfuggire alle molestie.

Due tipi di offese e tre tipi di danni (a cui si aggiungono eventualmente i danni di altro ordine conseguenti da diffamazione, danneggiamenti di beni, violazione di domicilio etc che configurano altri tipi di reati aggiuntivi).

Si intende che chi perseguita lo fa consapevole di essere sgradito, temuto o evitato (il che si desume ad esempio da messaggi o inviti di vario tipo a “smetterla” comunicate direttamente alla persona che insiste con i propri comportamenti), e anzi lo fa allo scopo di provocare nella vittima questi sentimenti spiacevoli (paura, nervosismo, rabbia), il che può essere provato sia dalle condizioni psicologiche documentate della vittima, sia da eventuali messaggi o da condotte minacciose in cui il persecutore si pone consapevolmente in veste di persecutore, che si compiace o si dichiara intenzionato a ossessionare, terrorizzare o mantenere la sua vittima in stato di malessere, anche senza alcuna pretesa o richiesta materiale, per il puro scopo di produrre danno o disagio. Il dolo del persecutore, cioè l’intenzione offensiva, è quindi non solo rispetto all’insistenza del comportamento, ma anche all’effetto che ques’insistenza ha sulla vittima.

Nel valutare il danno, è essenziale definire le condotte in termini di “idoneità lesiva”, cioè la capacità delle molestie di per sé di provocare un danno in un soggetto qualsiasi, o in quel soggetto in particolare perché rivolte ad una sua situazione particolare. Il solo fatto che una molestia possa provocare un disagio che però rimane molto variabile da persona a persona, e non è specifico per la persona a cui è rivolto, ha invece un valore minore nel determinare il danno.

Poiché l’idoneità lesiva è il fattore determinante, è possibile concepire anche il reato di “tentati” atti persecutori, che erano diretti e idonei a provocare un danno senza di fatto esser riusciti a produrlo in maniera piena.

La condizione della vittima deve essere il più possibile documentata, poiché un generico “malessere psicologico” prevedibile in rapporto a molestie generiche ad esempio è molto meno chiaro di una diagnosi psichiatrica, con documentazione di esami e di episodi critici di malessere, cure continuative, segni oggettivi di compromissione delle proprie capacità funzionali legate allo stato di ansia, depressione etc.

Sono considerate aggravanti dello stalking

– il fatto che le due persone si conoscano o siano state legate da un rapporto, o si frequentino per motivi di abitudine o necessità, ad esempio lavorativi.

– il fatto che la persona molestata sia in qualche modo “debole” per condizione fisica o mentale, tale da essere più facilmente avvicinabile o aggredibile, ad esempio per l’incapacità di reagire o spaventare il suo persecutore in maniera efficace, o per l’incapacità di procedere a denunciarlo

Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo eccezioni (minore o disabile, o altri reati associati che sono automaticamente perseguibili). La persona offesa non può quindi pensare di evitare di segnalare la cosa alle autorità se intende che queste intervengano, anche perché la segnalazione è uno dei comportamenti che “mette in chiaro” (almeno da quel momento in poi) lo stato di disagio e l’intenzione di non interagire con la persona che sta insistendo ad avere contatti. Viceversa, il fatto di rispondere al molestatore, di parlarci “per chiarire”, di incontrarlo o accettare di trattare con lui tramite terze persone, di accettare suoi regali, sono elementi che potrebbero essere interpretati in senso opposto. Una persona che ha continuato ad interagire con il supposto molestatore potrebbe dare l’impressione di avere in realtà gradito o accettato i contatti con chi sta denunciando, e di averli anzi alimentati o incoraggiati. Anche nel caso in cui la persona molestata risponda con reazioni provocatorie, offese, o rievocazione di fatti passati (nel caso di storie sentimentali concluse), questo può essere interpretato come una posizione ambigua, di polemica reciproca con volontà da parte della persona molestata di “giocare” con i sentimenti, anche di rabbia o di rancore, del suo molestatore.

Stalking – la sindrome delle molestie assillanti

 

Lo stalking è un comportamento che consiste nell’assillare, “stare alle costole” di una persona in maniera chiaramente molesta, e sollecitarne l’attenzione e le reazioni in una maniera assillante.

Il molestatore assillante (stalker) ha come scopo quello di coinvolgere l’oggetto delle sue attenzioni in un rapporto di qualche tipo, che può semplicemente essere quello creato dalla molestia.

Lo stalking prevede che, per almeno un periodo prolungato, lo stalker metta in atto una serie di iniziative, varie o monotone, in maniera ripetitiva e refrattaria alle dimostrazioni di fastidio o di allarme della persona. …continua a leggere

Alcol, lavoro e patente: significato degli esami e loro valore

Le persone che chiedono la conferma o la restituzione della patente, contestata o ritirata per stato di ebbrezza alcolica, sono sottoposte ad esami per valutare il loro consumo alcolico.
Accertamenti sul consumo alcolico possono essere fatti anche per valutare l’idoneità alle mansioni lavorative.
 Queste procedure dovrebbero avere, e in parte anno, un significato comportamentale piuttosto che tossicologico: in altre parole vogliono accertare se una persona riesce a mantenersi astinente dall’alco, o comunque a non bere regolarmente e pesantemente, sapendo di doversi sottoporre ad un accertamento in merito all’alcol. Si presume che se una persona non riesce a trattenersi per il periodo richiesto, abbia un rapporto non controllato con l’alcol, oppure abbia un comportamento non attento, tale da far supporre che non presterebbe attenzione a non bere prima di mettersi alla guida.
 Nella pratica, si può verificare che però si utilizzino degli esami poco specifici, cioè esami che possono risultare alterati per una serie di condizioni diverse dall’assunzione di alcolici.
Chi mette a punto esami per identificare i consumatori di alcol si preoccupa di due parametri, e cioè che l’esame riesca a riconoscere il maggior numero di consumatori (sensibilità) e che l’esame non scambi per consumatori di alcol anche soggetti che non lo sono (specificità).
Dal punto di vista di chi deve sostenere le proprie ragioni per essere autorizzato a guidare o a lavorare è importante evitare di essere ingiustamente giudicati “positivi”.
 In ques’ottica sono utili alcune considerazioni sui principali esami per risalire al consumo di alcol.
 CDT (Desialo-Transferrina): è il test attualmente considerato più attendibile come test singolo, ed è in grado di identificare un consumo sostenuto e abbastanza consistente negli ultimi 15 giorni. In altre parole il test positivo indica che una persona ha assunto alcolici in discreta quantità e in maniera continuativa o comunque ripetuta negli ultimi 15 giorni. La sua specificità è del 95% (con le metodiche di elettroforesi capillare e cromatografia liquida ad alta pressione/HPLC), il che però significa che quindi “sbaglia” in 5 casi su 100 nell’indicare come consumatori di alcol soggetti che in realtà non lo sono.
A seconda della tecnica specifica utilizzata, cambia la capacità di identificare le cause di “falsa positività” dell’esame, come ad esempio varianti genetiche. Il valore è sempre espresso come % di CDT sul valore di Transferrina totale.
 
Il modo migliore per garantire risultati affidabili è utilizzare un doppio esame sullo stesso campione: il primo esame (screening) è eseguito con una tecnica che abbia elevata capacità di identificare tutti i casi positivi, compresi alcuni errori. In caso di risultato positivo si procede quindi con un test di conferma che ha maggiore capacità di distinguere i veri casi positivi dagli errori. Gli esami di conferma non sono utilizzati come primo esame perché, per quanto più precisi, tendono però a non identificare tutti i casi di consumo di alcol, lasciandone fuori alcuni che invece sarebbero positivi. In altre parole, con lo screening si fa una “retata” con alcuni innocenti, con l’esame di conferma si rilasciano quelli che non c’entravano niente.
 
Gamma-GT: è un parametro che deriva dal fegato, ma non è specifico, perché aumenta per tutta una serie di ragioni che non hanno a che fare con l’alcol. Tra le più comuni, il sovrappeso, una serie di farmaci che ne stimolano l’attività (antiepilettici ad esempio), il diabete, l’infarto, traumi di vario tipo, pancreatite, malattie renali, ipertiroidismo). Da solo non è accettabile come parametro per giudicare un soggetto come consumatore di alcol.
 
Volume Globulare Medio (MCV): il volume dei globuli rossi, è poco specifico e anche non sempre aumentato nei consumatori di alcol. Da solo non è quindi accettabile come parametro per identificare i consumatori di alcol.
 
Transaminasi (ALT/GPT e AST/GOT): sono due elementi presenti anche nel fegato, ma non solo. Un rapporto AST/ALT > 2 è indicativo di danno epatico da alcol, ma sono parametri non specifici, poiché aumentano anche in danni muscolari, infarto. Inoltre, non aumentano in tutti i soggetti bevitori, e con la stessa proporzione rispetto all’entità del consumo.
 
CDT e Gamma-GT insieme (Gamma-CDT): è possibile fare un calcolo sui valori combinati di questi due parametri, il che consente di identificare con una precisione maggiore un consumo di alcol anche moderato ma regolare nelle ultime 2-3 settimane.
 
Esistono poi altri parametri, utili soprattutto per stabilire se uno stato di ebbrezza è da attribuirsi ad un consumo isolato, occasionale, o continuato.
L’alcol si può dosare nel sangue direttamente, e naturalmente sarebbe il parametro più chiaro, se positivo, nell’identificare bevitori problematici che sapevano di dover rimanere astinenti, poiché indica un consumo immediatamente precedente il prelievo, il che fa supporre che la persona non sappia controllare quando e quanto berrà, o che beva sempre, e quindi anche prima dell’esame.
Etil-glicuronide e Etilsolfato: a seconda della dose assunta si possono rilevare nelle urine per un tempo variabile da 6 a 100 ore dopo l’assunzione. Anche quando l’alcol non è più rilevabile nel sangue pertanto è possibile risalire ad un consumo recente (fino a 4 giorni prima), a seconda della quantità che si è bevuto.
Esteri etilici degli acidi grassi (FAEE): presenti nel sangue per 24 ore, ma fino a 100 ore se il consumo di alcol non è isolato ma è stato ripetuto recentemente.
 
Infine, a volte capita di dover stabilire la correlazione tra una condizione alcolica e un evento già successo (ad esempio un incidente). In questi casi è bene sapere che l’effetto dell’alcol così come riportato nelle tabelle, è soggetto al fenomeno della tolleranza, cioè dell’assuefazione nei bevitori abituali. La stessa quantità di alcol assunta con le bevande corrisponde a livelli diversi a seconda dello stato di assuefazione (tolleranza metabolica o cinetica); lo stesso livello di alcol nel sangue corrisponde ad effetti diversi a seconda dello stato di assuefazione (tolleranza dinamica); lo stesso effetto indotto dall’alcol può corrispondere a diversi stati di alterazione comportamentale a seconda del tipo di situazione (familiare o non).
 
 
In conclusione, è bene che chi deve essere sottoposto a esami per fini di patente di guida controlli che siano utilizzati parametri affidabili, possibilmente la Gamma-CDT o la CDT, ma non i parametri come Gamma-GT, transaminasi o MCV da sole o combinate tra di loro. E’ utile documentare le proprie condizioni di salute, comprese le terapie in corso al momento del prelievo. E’ importante accertarsi che le procedure di indagine comprendano un doppio esame (screening e conferma) e sapere che il risultato finale deriva dalla conferma, e non dallo screening.
Inoltre, il contesto di un accertamento può distinguere tra accertamento del consumo di alcol, occasionale o abituale, e modalità del consumo di alcol (controllato o non controllato).
 In caso di contestazione, questi elementi devono essere controllati e argomentati eventualmente per vie legali e/o con consulenza di un medico di fiducia.
 
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