Sindrome da debito ingiusto

Indebitamento e salute mentale: i due tipi di patologia “da credito”

Il fenomeno dell’indebitamento è, in tempi di crisi economica, crescente e più evidente. Si può restare stupiti dal fatto che, nonostante la ridotta disponibilità di danaro, aumenti la tendenza a indebitarsi, a meno che ciò non avvenga per il sostentamento. L’indebitamento sembra invece essere quello di chi cerca disperatamente di non scendere di livello sociale, o di chi cerca di mantenere un’attività (commerciale, imprenditoriale) anziché chiuderla o fallire. Il fatto che di indebitamento e di usura si parli non ha modificato il ricorso a questo tipo di soluzione.

Parrebbe invece che il sistema economico abbia assecondato questa tendenza all’indebitamento tramite strumenti dedicati, ovvero finanziamenti a rischio, che in qualche caso hanno prodotto il crack delle stesse finanziarie erogatrici. Nella maggior parte dei casi invece il sistema riesce a salvare se stesso attraverso un sistema di indebitamento progressivo, ovvero di sollecito automatico del debitore tramite interessi, super-interessi, prospettiva di pignoramenti e altre conseguenze legali, tra cui l’esclusione definitiva dal credito mediante le denunce di insolvenza.

Due sono gli aspetti psichiatrici che emergono: uno, più logico, è quello relativo alle conseguenze dello stato di indebitamento cronico e del rischio di definitivo dissesto finanziario sullo stato umorale e di allarme (sindromi ansioso-depressive, condotte suicidarie). Questo aspetto è stato recentemente descritto con il termine di “sindrome del debito ingiusto”, e riferito a quelle situazioni in cui la condotta della banca è illecita. La sindrome del debito ingiusto è di fatto sovrapponibile in termini di sintomi e segni alla sindrome “da mobbing”, e riproduce lo stesso tipo di situazione in cui un soggetto deve fronteggiare un rischio che però corrisponde anche alla sua fonte di sicurezza economica (nel caso del mobbing, il lavoro; nel caso del debito, la banca).

L’altro aspetto, meno spesso evidenziato, è quello dell’uso del credito come strumento per indurre un “rinforzo” comportamentale, e legare la persona al meccanismo di indebitamento tramite il credito facile e immediato, salvo poi pretendere il rientro quando l’indebitamento ha raggiunto una certa soglia. Da questo momento in poi il credito è negato in maniera secca ed invece si “lavora” sul debito accumulato, cercando accordi per la sua traduzione in beni o altro indebitamento secondario.

La prima fase del meccanismo induce una vera e propria “dipendenza da credito” in individui predisposti, specialmente se il credito è fornito in maniera rapida e a piccole tranche, così da far ripetere alla persona il meccanismo della richiesta e ottenimento rapido, fatto che tende a far scordare l’eccezionalità dell’operazione.

Individui con tendenza a cercare la soluzione più rapida, e che non intendono ridimensionare il proprio tenore di vita sono facilitati nell’entrare in questo meccanismo, sviluppando anche una fiducia nel sistema che eroga loro il danaro, un sistema percepito come “amico” per la facilità con cui dà soldi a ripetizione. Non di rado poi, anche nelle fasi di alienazione di beni, di accettazione di condizioni “capestro” per gli interessi da restituire, si fa leva sulla tendenza che l’individuo ha a mantenere con la banca o con la finanziaria un buon rappporto, funzionale a nuove richieste di credito. In qualche modo questo meccanismo somiglia al quello dello “spendere patologico”, o del gioco patologico, e talvolta è collegato direttamente a situazioni come queste, che sono la causa prima dell’indebitamento.

Usura e Banche: non solo tasso, ma anche fattore psicologico

 

La differenza tra banca e usura è spesso presentata come una questione di tasso di interesse. Ciò può essere vero, ma l’aspettativa che il cittadino nutre nei confronti della banca è certamente diversa.

L’aspetto tranquillizzante del rapporto con la banca (non violento) è però controbilanciata da una capacità da parte della banca di ottenere per vie legali il debito in maniera inesorabile e rapida, a fronte invece di una possibilità di rivalsa del cittadino nei confronti della banca lenta e onerosa.

Il rapporto impari produce situazioni a fondo cieco

 

  • il cliente può non avere le risorse di partenza per poter intraprendere azioni legali efficaci contro le banche
  • il cliente non ha gli strumenti conoscitivi per conoscere le effettive e realistiche conseguenze delle iniziative della banca nei suoi confronti
  • il cliente percepisce, realisticamente, di avere a che fare con una rete istituzionale (a cui le banche fanno capo) che ne protegge una posizione di privilegio rispetto al cittadino, e in maniera preordinata, che ammortizza il potere di rivalsa del cittadino, o crea dei santuari legali che rendono possibili, in maniera unilaterale, comportamenti illeciti.

 

Si potrebbe pensare che, a differenza dell’usura, nel rapporto con un istituto bancario il cittadino è informato, e quindi non ha ragione di avere aspettative diverse da quelle che poi si concretizzano quando si indebita.

In realtà, l’attività bancaria si fonda sull’incoraggiamento sociale del ricorso al credito, ovvero non è soltanto qualcosa che copre un bisogno, ma uno strumento imprenditoriale. In questo senso il cittadino si aspetta che l’istituto bancario, proprio perché protetto istituzionalmente, svolga un compito sociale, risentendo anche della situazione generale, e senza quindi accanirsi contro il singolo temporaneamente indebitato. In altre parole, il cittadino si aspetta che la banca sia diversa da un creditore privato, che agisce per suo conto, risponde per suo conto e rischia per suo conto, semplicemente per trarne guadagno. L’istituzione bancaria dovrebbe condividere guadagni e rischi, con un guadagno che è comunque sempre presente in misura minima, poiché è scelta della banca di finanziare il cittadino, ed è quindi responsabilità condivisa se l’esito del finanziamento, per motivi legati all’economia generale, non va a buon fine.

I disturbi psichici del debitore “impotente” si riconducono a tre modelli generali di stress:

  • la sindrome da burn out: termine originariamente coniato per indicare l’esaurimento sul lavoro in situazioni di stress, rischio o conflitti. Il soggetto si paralizza e non riesce più a fornire risposte, ha reazioni aggressive o estreme, o semplicemente si isola e non riesce più a prendere decisioni anche elementari. Si produce nella fase di sollecito, in cui la persona è ricattata o minacciata al fine di ottenere la restituzione del debito.

  • la sindrome da shock inevitabile: questa situazione caratterizza le situazioni in cui si sa di dover affrontare una catastrofe senza possibilità di immaginare o di produrre alcuna risposta efficace, ma soltanto un tempo in cui si immaginano le conseguenze e il trauma.

  • La sindrome della rievocazione: i soggetti sottoposti a minacce, o che hanno vissuto i traumi da shock inevitabile, o che si sono trovati improvvisamente in situazioni di indebitamento grave, mantengono un danno mentale anche a distanza di tempo, e dopo la risoluzione del problema. Questa sindrome risponde al paradigma dello stress post-traumatico.

 

Credito “temerario”: è lecito offrire credito senza escludere l’origine patologica del debito ?

Si osservano invece casi crescenti di finanziamenti concessi a soggetti in stato di indebitamento per disturbi mentali quali gioco patologico, dipendenza da stupefacenti, spese compulsive, ovvero persone che tramite il finanziamento producono altri danni tramite la loro condizione, e si riducono in condizioni di indebitamento inevitabilmente peggiori.

Di solito a queste persone sono richieste garanzie minime per accedere al credito e invece condizioni strette per rientrare, quando sia richiesto. In altre parole vi è una sostanziale differenza tra la facilità di ingresso e quella di risoluzione: nel meccanismo si preferisce vincolare in maniera stretta la persona a restituire il debito, piuttosto che tentennare prima di concedere credito.

E’ evidente che ad una Banca può non convenire prestare a soggetti che non offrono garanzie, ma èè altrettanto evidente che se invece i prestiti sono erogati in maniera disinvolta, la percezione da parte del cliente è di un atteggiamento “comprensivo” della situazione di scarsa garanzia, che dovrebbe poi ritrovarsi nel momento della difficoltà nella resistuzione del debito. Altrimenti, se il meccanismo prevede finanziamento facile e severità nell’esigere il pagamento del debito, la differenza con l’usura è chiaramente solo quantitativa.

Altra situazione è quella in cui le persone si indebitano su prestiti richiesti per mantenere elevati tenori di vita, e non sono in alcun modo incoraggiati invece a ridimensionarli. Questo accade per persone che offrono invece elevate garanzie di produttività, e che, potendo evitare di indebitarsi, lo fanno in quanto facilitati dall’accesso al credito. Essi si troveranno indebitati perché un loro “difetto” comportamentale, magari legato alla personalità, è gradito al sistema di offera del credito, mentre invece sarebbe motivo di preoccupazione in termini di garanzie sulla resistuzione.

In conclusione, in queste situazioni le istituzioni vengono meno al loro ruolo sociale, in ragione del quale hanno determinati privilegi e protezione del capitale prestato e degli interessi. Invece, questo sistema di protezione, apparentemente invincibile, è utilizzato per riscuotere crediti anche quando questi sono stati incoraggiati, erogati in maniera temeraria, e presentati come “condivisioni” di rischio ad individui che non possono ritenersi protetti dalla semplice “informazione” scritta sui dettagli tecnici.

Danno biologico e debito ingiusto

I soggetti che patiscono le sindromi descritte sopra possono ragionevolmente documentare la loro condizione e richiedere un risarcimento, sia per i sintomi transitori che per quelli persistenti o con prognosi riservata (permanenti fino a prova contraria). Il danno biologico è attualmente già previsto per le sindromi pos-traumatiche, così come per le sindromi risultanti da stress protratto e derivate da ingiustizie lavorative (mobbing) o discriminazioni ambientali.

Alcuni soggetti riportano in ragione dei meccanismi di indebitamento “infinito”, o per effetto della fine della loro attività imprenditoriale, un cambiamento della loro prospettiva. Questo tipo di aspetto, definito “esistenziale”, non è tuttavia scindibile dal piano biologico. Molte persone abituate a livelli produttivi e sociali elevati, una volta privati del loro status, non solo e non meramente econmomico, sviluppano quadri depressivi da disadattamento, poiché quanto è loro possibile fare nella vita non corrisponde più a quanto il loro temperamento richiederebbe. Anche questo tipo di danno, nella storia naturale di un debito ingiusto, rientra tra le voci contestabili.

Esiste poi un tipo di danno derivato dalla condizione di “morosità”, ed inquadrabile come danno morale, che consiste nella perdita della reputazione specifica di chi, operando in ambito commerciale o finanziario, ha sempre fondato il suo prestigio e il suo ruolo sul rispetto dei rapporti di credito/debito. I soggetti indebitati, pur dichiarando in partenza le proprie difficoltà economiche, si trovano in seguito trattati pubblicamente e in maniera spesso irreversibile come soggetti che non meritano più credito, così da essere esclusi non solo dalla possibilità di ritrovare denaro per condurre attività, ma dalla stima sociale minima per poterlo fare.

Per quanto riguarda i soggetti “patologici” al momento dell’indebitamento, la condizione di incapacità naturale può essere invocata, sia come base per annullare la validità del debito, sia come elemento che anzi costituisce un danno al soggetto stesso, incoraggiato al credito così da ricavarne un aggravamento della sua condizione specifica, ad esempio una dipendenza da gioco, da spese, da droghe.

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