a cura del Dott. Matteo Pacini - Medico Chirurgo - Specialista in Psichiatria

OPPIACEI - "Oppio buono contro oppio cattivo"



Un chiarimento: drogarsi e essere tossicodipendente sono due cose diverse


Dipendente vuol dire una cosa ben precisa. Non vuol dire essere sotto l'effetto di una droga. Non vuol dire assumere droghe per abitudine. Non vuol dire nemmeno essere assuefatto ad una droga, cosicché se non la si prende si va in astinenza. Tutto questo da solo non fa la tossicodipendenza. E anche la parola dipendente e dipendenza rendono male il concetto. Ad esempio in inglese i termini sono distinti: dependance e addiction, cioè "avere necessità di qualcosa" e "essere dediti a". La tossicodipendenza non riguarda il fatto di provar gusto con una sostanza, né il destinare le proprie risorse prevalentemente al consumare una sostanza. Si tratta di stabilire se l'investimento in quella sostanza va al di là delle intenzioni di chi lo ha fatto e lo rinnova di giorno in giorno. Cercare il piacere è umano, e anche cercarne di sempre maggiori lo è, anche se non è così per tutti i caratteri. Investire le proprie risorse in un piacere è umano, anche se il piacere può essere una sostanza per alcuni e un progetto, un ideale, per altri. L'investimento può cominciare ad un certo punto a non essere più remunerativo: non si guadagna più, oppure si guadagna da una parte ma le spese sono tali da spostare il bilancio "in perdita". Di solito in questo caso l'investimento è revocato, o magari ridimensionato, o magari dirottato su altri oggetti. Al tossicodipendente accade invece una strana cosa, che lui per primo non aveva previsto, almeno non aveva previsto che succedesse a lui, anche se ad altri era successo. Nonostante la sostanza gli piaccia di meno, la vuole sempre di più. Nonostante si stia rovinando la vita per garantirsi la sostanza, pensa a come fare per continuare ad averla, anziché smettere e riparare i danni. Da utilizzatore si gestisce la sostanza, che questo sia culturalmente condiviso o meno. Da tossicomani non ci si riesce. Possono esistere consumatori ricchi e poveri, ma esistono solo tossicomani che si impoveriscono.

E' come se il cervello viaggiasse su due binari: uno del ragionamento normale, e uno del ragionamento che va dietro ad appetito incontrollabile. Due binari paralleli che non si incontrano, cosicché il ragionamento normale rimane impotente rispetto al ragionamento "parassita". Una mano allontana la sostanza, e l'altra si sporge per afferrarla, scansando tutto il resto. Il problema è che la mano impazzita è più forte e più svelta, perché corrisponde ad una struttura biologicamente più forte e più svelto, l'istinto. Per questo il tossicodipendenza è ambivalente: chiede aiuto e poi pensa subito a come avere la dose successiva. Si lamenta della propria condizione ma come prima cosa chiede soldi o aiuto per procurarsi la droga. Sa di distruggersi e non ne avrebbe alcuna intenzione ma è condannato a volere questo destino assurdo mossa dopo mossa.

Scacco matto al piacere e scacco matto alla libertà di scelta. Questo è la tossicodipendenza o tossicomania. Un catenaccio su un sistema cerebrale preposto a usare l'istinto per raggiungere il piacere e i nostri scopi, che alla fine è costretto a funzionare in un solo modo e verso un solo oggetto. L'ironia è che la sostanza che ha costruito nel tempo il catenaccio può anche andar via dal cervello, ma il catenaccio rimane, e non ha una serratura. Un modo per dire che la malattia è cronica, persistente. Ma l'ironia vuole anche che esista una cura con la quale non si apre il lucchetto ma si trasforma in gomma il ferro del catenaccio, permettendo così al cervello di respirare e funzionare. La contro-ironia dell'oppio "buono" che ripara i danni dell'oppio "cattivo"…




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© 2007. Dr. Matteo Pacini