a cura del Dott. Matteo Pacini - Medico Chirurgo - Specialista in Psichiatria

PATOLOGIA - ONCOLOGIA



"Le reazioni affettive nel paziente oncologico: psicopatologia e strategia terapeutica"

di Pacini M.





Cronologia e tipologia della reazione affettiva

La reazione alla diagnosi di neoplasia fa riferimento all'idea di una malattia maligna, a prognosi incerta, potenzialmente letale dopo un periodo più o meno lungo di menomazione o distruzione della qualità di vita. La reazione coinvolge la vita affettiva come nucleo centrale della vita psichica dell'individuo, e può svilupparsi con diverso andamento. Tipicamente, la reazione emotiva avviene alla diagnosi, ma una fase precedente in cui già il cancro era sospettato, o ipotizzato, può rendere la reazione particolarmente violenta ed esplosiva. Ciononostante, il vero problema clinico si pone dopo la fase iperacuta della reazione, quando il paziente può dimostrare di adattarsi o meno alla situazione definita in termini diagnostici. Durante l'evoluzione della malattia, il carico stressante può variare in rapporto allo stadio iniziale; alla progressione, stabilità o regressione del processo neoplastico; alla presenza di sintomi "spia"; al successo o meno delle terapie, e alla disponibilità o all'esaurimento delle opzioni terapeutiche.

Le reazioni immediate alla diagnosi possono essere clinicamente rilevanti per intensità dei sintomi, ma sono di regola transitorie (oscillazioni). La reazione ansiosa alla diagnosi sarebbe, addirittura, un buon indicatore prognostico.

La reazione dopo la diagnosi può assumere diverse connotazioni patologiche: depressiva, fobica, anancastica. Nella reazione depressiva, l'iniziativa e il coinvolgimento spontaneo nel problema si riducono, l'umore si fa arido e piatto, gli oggetti esterni o i pensieri non offrono alcun piacere o stimolo, il pensiero monotono e non è contemplata soluzione alcuna (mancanza di speranza), né è dato alcun peso agli elementi a favore. La reazione depressiva è da considerarsi equivalente alla depressione spontanea, in termini prognostici e terapeutici.

Nella reazione fobica, si sviluppa un atteggiamento di evitamento, essendo la paura per la malattia e le sue implicazioni abbastanza forte da non consentire di contrastarne il decorso, e da inibire ogni comportamento che ne rinnovi la consapevolezza. L'evitamento può comprendere lo stesso trattamento, e interferire con l'aderenza ad un protocollo efficace .

Nella reazione anancastica, si mette in atto un meccanismo di controllo della malattia, attraverso il coinvolgimento attivo e scrupoloso nelle procedure diagnostiche e terapeutiche. Questo tipo di reazione, che rappresenta un adattamento iniziale, può facilmente evolvere verso uno scompenso nel momento in cui la malattia assume un decorso non controllabile, o nella fase di follow-up, in cui a fronte di un primo successo non vi sono però certezze prognostiche. L'intolleranza per l'indefinizione e l'impotenza di fronte a variabili indipendenti caratterizzano la modalità anancastica di pensiero, che in queste condizioni produce un disturbo dell'adattamento.

La condizione più frequente nel paziente oncologico, in cui vi può anche essere "umore depresso" è inquadrabile come disturbo dell'adattamento, mentre meno frequente, e non diversamente che in altre popolazioni mediche, è la depressione maggiore1. Rileggendo l'analisi di Weisman e Worden40, la maggioranza degli indicatori di "stress emotivo maggiore" sono atteggiamenti, comportamenti o vissuti sintomatici di depressione (sfiducia, idee di colpa, propositi suicidari, vissuto di impotenza, scetticismo rispetto all'ambiente, atteggiamento di ritiro e incapacità di prendere iniziative).




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