Sindrome della bocca che brucia

La sindrome della bocca che brucia (bocca urente – burning mouth syndrome, bms) consiste in un disturbo localizzato in maniera continua e esclusiva, o prevalente, alla cavità orale. Il sintomo centrale è un fastidio descritto come dolore e/o bruciore, e ha andamento continuo durante la giornata, con tendenza ad aumentare nella seconda metà.

Il sintomo può riguardare la lingua, la mucosa delle guance, le gengive, le labbra, l’intero cavo orale. Si possono associare altre alterazioni della sensibilità della zona buccale, orale e in generale facciale, alterazione del gusto e della salivazione (secchezza).

I trattamenti sono per lo più valutati con la stessa tempistica delle terapie per altri disturbi somatoformi o disturbi dell’umore o d’ansia con sintomi somatici, quindi 1-3 mesi.

  • Paroxetina. Altri farmaci analoghi (SSRI) sono stati provati con risultati meno chiari

  • Amisulpride. Uno studio indica un effetto duraturo su pazienti donne

  • clonazepam, con risultati non inequivocabili ma una percentuale di risposta completa elevata

  • Acido alfa lipoicoe gabapentin, inefficaci isolatamente

Si tratta di un disturbo che ha un alto indice di miglioramento parziale ma non duraturo (che si traduce nel cosiddetto “effetto placebo”). Non necessariamente un effetto rapido è destinato a svanire nel tempo, ma purtroppo sono necessari alcuni mesi per confermare che effettivamente l’effetto osservato (che può essere autentico e anche legato direttamente al farmaco) rimanga soddisfacente.

Poiché la secchezza della bocca può associarsi, alcuni medicinali sono meno utilizzati o usati a dosi basse anche per evitare che producano la secchezza come effetto collaterale, il che sarebbe contraddittorio. Tuttavia va ricordato che il rapporto tra secchezza e dolore/bruciore non è affatto chiaro, e che le forme in cui invece esiste una relazione definita come la sindrome di Sjogren non rientrano in questa diagnosi.

Fobie

 

 

Il termine “fobia” indica una modalità di reazione ad un oggetto, sia quando ci si entra in contatto concretamente che quando lo si pensa o lo si immagina. Si tratta di una paura, sentimento di per sé comune e funzionale ad evitare danni e pericoli. La fobia ha due caratteristiche che la rendono però fonte di disagio: innanzitutto non consente alcuna gradualità, cioè è una reazione esplosiva che non lascia spazio a tornare indietro. La paura si può vincere, si può addomesticare, si attenua mano a mano che si conosce lo stimolo, mentre la fobia al contrario non permette che questo normale rapporto di adattamento e di elaborazione delle paure si sviluppi. L’altro aspetto è che produce una situazione di limitazione per la persona, che vorrebbe esporsi allo stimolo, o vorrebbe poter essere libera di farlo, ma si rende conto di essere invece obbligata ad evitarlo. E’ ovvio che una paura può anche svilupparsi ed essere confermata: si ha istintivamente paura del fuoco e del calore forte, se si prova a toccare il fuoco la scottatura rinforza questa paura, che diventa contemporaneamente più “ragionata”, cioè si capisce che il fuoco è da evitare oltre certi limiti, non in assoluto. Nella fobia invece un incontro con un oggetto già temuto, o ancora non temuto, produce una reazione di terrore e di fuga che non consente alcuna elaborazione razionale, e la tiene bloccata (nel comportamento). Chi ad esempio ha la fobia dell’aereo, potrà ragionarvi in mille modi, il che non aiuterà però l’istinto a evitare nella vita reale di volare. Chiaramente alcune fobie possono in realtà essere insignificanti, cioè non influire in alcun modo sulla vita della persona, se riguardano situazioni o oggetti che non incontrerà mai o quasi, o non più. Ad ogni modo la consapevolezza di avere un limite rigido, di avere un terrore che sta in agguato, anche se nessuno lo sa e se è improbabile che debba rappresentare un problema, la persona con una fobia ha un certo disagio per questa sorta di handicap. Alcune persone si sentono limitate nelle loro scelte, altre si convincono di essere incapaci di fare qualcosa quando invece l’ostacolo non è la paura in sé, che sarebbe dominabile, ma la fobia. Altre ancora si convicono di essere paurosi, vigliacchi, incapaci di affrontare le proprie paure, e coltivano in segreto questo rammarico anche se nella vita riescono poi a superare situazioni ben più importanti.
Ci sono disturbi che si basano su una fobia, come il disturbo d’ansia sociale, altrimenti noto come fobia sociale. Questo comporta una serie di oggetti e situazioni che scatenano reazioni scomposte, o di imbarazzo, di fuga, che fanno andare “nel pallone”, o che fanno salire il terrore che gli altri si accorgano della paura che si prova, anche se non è visibile. Ci sono altri disturbi che si complicano spesso con paure di luoghi e situazioni, come il disturbo di panico. In questo caso si tratta di paure rivolte sia al corpo (morire, svenire, avere un infarto), sia alla perdita del controllo in generale per lo stato di panico che si è provato (non trattenere le feci, farsi la pipì addosso, vomitare etc), sia paure relative al fatto che luoghi o eventi particolari possano scatenare gli attacchi di paura. Il tutto si suole riassumere alla fine con il termine di “paura della paura”, poiché l’oggetto da evitare alla fine è sostanzialmente il panico.
Ci sono poi alcune fobie che si sviluppano in rapporto al fatto che la persona pensa in maniera ossessiva a determinate sue paure, o oggetti che gli producono repulsione, dubbio, che sente minacciose o non controllabili. Di conseguenza la paura, anziché rimanere flessibile, diventa rigida e impone l’evitamento di quegli oggetti o situazioni, con un rapporto ambivalente per cui la persona deve pensarle dentro di sé o esaminarle a fondo per poi rimanerne terrorizzato e evitarle o cercare rassicurazione. Questi quadri rientrano nel Disturbo Ossessivo, e sono note come “fobie ossessive”. In questo caso, specie se sono fobie astratte o concettuali, o di pensieri, non c’è una vera e propria reazione di fuga o evitamento ma una reazione ansiosa, anche con sintomi corporei come sudorazione o senso di nausea, quando la persona si concentra sui concetti o le immagini mentali che lo turbano.

Nei manuali sono riportate spesso delle “fobie semplici”, quando il meccanismo delal fobia è limitato a un oggetto, e non è una modalità generale di pensare o di reagire agli stimoli ambientali. Non è però raro che una fobia semplice faccia parte di una storia in cui poi compare un quadro ossessivo, di ansia sociale, di panico, o di ansia generalizzata.

Negli anni si sono accumulate descrizioni numerose di fobie, alla fine ripetitive, di solito definite con il nome di derivazione greca o latina. Le singole fobie non sono ciascuna una malattia a sé stante, e spesso sono varianti di una stessa fobia. Di sotto si riporta un elenco di nomi di fobie. Alcune suonano francamente assurde. Di solito le forme assurde rimandano ad un meccanismo ossessivo, in cui vi può essere un’associazione tra una caratteristica dell’oggetto e un disagio, un pericolo, un dubbio che innesca un pensiero non controllabile, cosicché la persona finisce per evitare quell’oggetto non tanto per le sue caratteristiche più comuni e principali, ma magari per un senso particolare che gli attribuisce, e magari anche per un ruolo che ha avuto nella sua storia personale.
 

 

Le due anoressie: ricerca della magrezza o anoressia “isterica”

Il termine anoressia genera alcuni equivoci. Nel linguaggio psichiatrico di oggi “anoressia nervosa” o semplicemente anoressia indicano un disturbo che consiste nella ricerca di magrezza come fonte di danno e infelicità, per un’identificazione rigida e assoluta del peso e dell’aspetto magro come ideale estetico o di valore personale, e di un peso maggiore come pericolo e condizione da evitare. Il disturbo è classificato tra i disturbi “della condotta alimentare”, insieme alla bulimia, il che però genera una certa confusione di termni e di concetti. In primo luogo, bulimia e anoressia non costituiscono due entità separate, essendo in parte due fasi di una stessa storia di disturbo alimentare, anoressia-bulimia o sovrappeso-anoressia-bulimia. La bulimia stessa fu definita dall’autore Russell una variante complicata dell’anoressia. Entrambe condividono la preoccupazione per il controllo sul cibo e per il peso e la forma fisica, con situazioni opposte ma spesso alterne o coesistenti (capacità di mantenere digiuno o di aumentare la dispersione calorica per sostenere la magrezza oppure abbuffate). La stessa bulimia, in uno dei due sottotipi (con o senza condotte di eliminazione) condivide appunto con l’anoressia le condotte di eliminazione (modi di neutralizzare il cibo o il suo equivalente calorico che comprendono vomito, purghe, o metodi non pertinenti ma ritenuti utili a perder comunque peso come l’uso di diuretici, l’esercizio fisico prolungato).

Il termine anoressia è stato però impiegato con altri significati, e come termine significa in sé semplicemente “assenza di appetito” o “riduzione del consumo di cibo fino al digiuno completo” senza specificare i motivi eventuali. Quando una persona non mangia o si rifiuta di mangiare quindi tecnicamente il sintomo si può indicare come “anoressia” ma non necessariamente questo ha a che vedere con l’anoressia nervosa descritta sopra. In effetti “l’anoressia isterica” descritta da Lasegue nel 1873 era ciò che oggi si definirebbe come “disturbo somatoforme” o “disturbo di panico” o corrisponde ad un episodio depressivo con sintomi ansiosi. La persona, che era tipicamente una donna “prova innanzitutto un disturbo dopo aver mangiato / / né lei, né chi assiste vi attribuisce alcun disagio duraturo / / l’indomani la stessa sensazione di ripete / / e la malata si convince che il miglior rimedio a questo disturbo indefinito consiste nel diminuire l’alimentazione”; “riduce gradatamente il cibo talvolta con il pretesto del mal di testa, talvolta con il timore che si presentino le impressioni dolorose che seguono dopo il pasto // dopo qualche settimana non si tratta più di ripugnanze da ritenersi passeggere: è un rifiuto dell’alimentazione che si prolungherà indefinitamente // la malattia è conclamata e seguirà il suo decorso così fatalmente //”).

Questa descrizione corrisponde tutt’oggi perfettamente ai quadri di disturbo somatoforme altrimenti denominati “sindrome dell’intestino irritabile” o di ipocondria, o ancora forme più gravi di delirio corporeo. In particolare vi sono forme che associano, come in vari casi di colon irritabile, l’idea di avere qualcosa “alla digestione” e un rapporto ansioso con il cibo che comporta una selezione di cibi ritenuti “sicuri” e l’esclusione di altri che di volta in volta sono ritenuti responsabili dei disturbi. La persona è in genere convinta in vario grado che i proprio disturbi dipendano dal cibo o comunque dalla reazione al cibo, e che quindi la soluzione debba essere alimentare. Spesso la conseguenza è un dimagrimento più o meno rapido, con un atteggiamento di rifiuto di critiche o di suggerimenti sul fatto che possa trattarsi di un problema psichiatrico. L’attenzione è concentrata sul corpo. L’interpretazione sulla natura “isterica” riteneva questo un atteggiamento dietro cui si doveva cercare un conflitto, una rabbia repressa, un dolore non elaborato. Più semplicemente si potrebbe dire che solitamente le persone con queste forme morbose hanno un carattere che è già prima improntato al controllo, alla ricerca di equilibrio o al timore di non averlo, e all’attenzione ai segnali ambientali e corporei con la tendenza a produrre delle proprie convinzioni a cui la persona si affeziona, ritenendole utili o comunque non criticabili.

Le diagnosi formali di questi “dimagrimenti” da ridotta alimentazione comprendono anche forme depressive, o fasi preliminari di depressioni classiche. Nelle fasi avanzate la persona può iniziare a sviluppare un vero e proprio delirio corporeo che la porta a convinzioni erronee sul funzinoamento dei propri organi, e a vere e proprie allucinazioni sul peso, la posizione, i movimenti e lo stato dei propri organi e tessuti (addome enorme, intestino fermo, stomaco stretto, intestino bloccato o chiuso, colite, mucose ipersensibili, bolle d’aria che si spostano o si bloccano etc.). Da semplici sensazioni o impressioni corporee, nelle forme gravi si passa quindi al delirio, cioè la convinzione assoluta e autodeterminata.

Manca in questa sindrome la preoccupazione per l’adeguatezza dell’aspetto fisico e lo sforzo per dimagrire. Se mai, è vero che la persona concentrata sulle proprie funzioni corporee diviene gradualmente meno spontanea e interessata ai rapporti sociali, anche perché i momenti del pasto o delle bevute sono da evitare o sono vissuti con disagio, e poco interessata all’aspetto piacevole della vita, specialmente quando l’umore è depresso. Non si tratta quindi di anoressie da preoccupazione per il tema della magrezza, se mai per il tema della pericolosità del cibo o della delicatezza del sistema digerente.

Quando Lasegue parlava di “decorso fatale” non intendeva che fosse letale, piuttosto che se la condizione durava un certo tempo poi tendeva ad aggravarsi nella sua componente mentale, di cui i sintomi intestinali e alimentare erano parte integrante, non essendo condizioni intestinali ma dichiarazioni o percezioni o timori, o infine convinzioni riguardanti il corpo.

La maggioranza di queste situazioni, specie quelle di colon irritabile doloroso, di ipocondria e di disturbo di panico sono curabili senza troppe difficoltà. Più difficile è l’intervento in una fase depressiva con un’idea delirante o su un disturbo somatoforme di lunga data, dove la persona “difende” le proprie abitudini alimentari, abituata da anni a rifiutare critiche o proposte alternative e sempre più convinta della giustezza delle proprie convinzioni sulle proprie particolari funzioni corporee.

Si vedano quindi a proposito di queste forme di anoressie non legate alla preoccupazione per la bellezza o l’adeguatezza fisica i testi nella sezione dei disturbi d’ansia o somatoformi o della depressione.

 

Somatizzazione, ipocondria, sintomi “psicogeni”: domande e risposte

 

Somatizzazione significa sintomi “immaginari” ?

Il sintomo è un elemento riferito dalla persona al medico. Nella somatizzazione non è affatto immaginario, il che non significa dire che nel punto in cui la persona crede sia il problema (ad esempio intestino, stomaco, collo) ci sia effettivamente qualcosa, rimane però il sintomo (crampo, sensazione di gonfiore, di “palla”, di rigidità etc). Dire “somatoforme” significa quindi parlare di un sintomo o di un segno non immaginario, ma non corrispondente ad un problema che origina dalla zona a cui è riferito il sintomo, mentre origina invece dal sistema nervoso. Il “segno” invece è un elemento misurato dal medico, che quindi può non esserci (ad esempio si può avvertire cuore in gola con un cuore che batte normalmente, avvertire respiro che “non passa” e non vi è ostruzione, e così via). In questo caso dire ad esempio “mi sento le gambe rigide” e non averle non significa esserselo inventato, semplicemente c’è un sintomo (sensazione di rigidità riferita alle gambe) che non corrisponde ad un segno (muscolatura rigida).

Il medico “non mi crede” o non riesco a farmi capire ?

Spesso, verificando le varie ipotesi, e non trovando “niente”, i sintomi somatoformi sono liquidati con un “non ha niente”, oppure “è ansia”. Se non è però spiegato al paziente il meccanismo della somatizzazione, questi rimarrà convinto che i suoi sintomi non sono fondamentalmente stati creduti, e che sono stati riferiti ad un suo atteggiamento fasullo, di “malato immaginario”. A volte invece è il paziente che vorrebbe trovare “qualcosa”, e che quindi di fronte ad una diagnosi di somatizzazione ritiene di aver ricevuto una valutazione superficiale, e di non essere stato creduto soltanto perché non si è ben capito dove indagare.

Sintomo “organico” o “psicogeno”: che significa ?

Un’altra espressione più tecnica è “non c’è niente di organico, quindi è psicogeno”. L’“organico” vorrebbe in pratica dire qualcosa che si vede (anche microscopicamente), mentre “funzionale” o che comunque non si vede con un esame, ma che si misura con un parametro, un numero. “Psicogeno” vorrebbe dire che è riferito ma la persona non ha niente (quindi si comporta in maniera anomala denunciando sintomi che non ha), oppure che è riferito per come lo vive la persona (quindi amplificato, male interpretato, o con connotati di preoccupazione) ma non è misurabile o la misura non “torna” con l’intensità dichiarata.

“Somatizzazione”, significa che il disturbo è stato riconosciuto come originante dal sistema nervoso, in maniera funzionale, non soltanto per esclusione di tutto il resto, ma perché si è identificata una corrispondenza psicologica. Le sensazioni sono autentiche e anche intense, ma il meccanismo origina dal sistema nervoso centrale e si associa spesso ad ansia o depressione.

Invece, “ipocondria” è un altro disturbo funzionale (psichico) che porta a riferire in maniera preoccupata elementi che non sussistono, ma prendono corpo nel pensiero della persona.

C’è poi una terza possibilità, più rara, in cui si è portati a riferire sintomi che non esistono, ben sapendolo o a procurarseli apposta (disturbo fittizio), e che ovviamente è cosa diversa dalla somatizzazione.

La preoccupazione può creare sintomi “immaginari” ?

L’ipocondria è una situazione caratterizzata dalla preoccupazione di avere qualcosa di corporeo, manifesto o nascosto. Spesso la persona non sa definire la differenza tra una sensazione normale e un “sintomo”, poiché tutto diviene “sintomo” se unito alla preoccupazione, dal piccolo dolore al prurito che va e viene. In altre parole, segnali comuni o malattie comuni sono fonte di preoccupazione tale da essere riferiti con dettagli, insistenza sulla gravità che corrispondono semplicemente alla gravità della preoccupazione. Di solito il paziente tiene a dare una descrizione dettagliata in cui però la gravità dovrebbe paradossalmente emergere dal dettaglio, dalla particolarità, dalla stranezza, anziché essere evidente subito nella presentazione generale. Un sintomo grave solitamente non ha bisogno di grosse specifiche o descrizioni, mentre i sintomi della persona con ipocondria sono gravi preoccupazioni per elementi spesso non corrispondenti neanche a sintomi, semplicemente a segnali corporei o a situazioni solitamente ignorate o non registrate come allarmanti.

E’ l’ansia che provoca le somatizzazioni ?

I pazienti non capiscono esattamente come l’ansia “provochi” le somatizzazioni, di fatto perché non è così: l’ansia e le somatizzazioni vengono insieme, e sono prodotti di una condizione del sistema nervoso. Dire che è i sintomi corporei sono un problema d’ansia può significare due cose: che insieme all’ansia c’è una maggiore percezione dei segnali corporei, anche quando non corrispondono a nessun problema oggettivo; oppure che quando c’è l’ansia la persona è preoccupata di avere qualcosa, e quindi i segnali corporei innescano o alimentano delle preoccupazioni ipocondriache.

Si è depressi a causa delle somatizzazioni o si hanno le somatizzazioni perché si è depressi ?

Molti pazienti che si presentano con una preoccupazione per un sintomo, in condizioni di ipocondria, ritengono che il meccanismo del loro disagio sia il seguente: hanno un sintomo, non si capisce a cosa sia dovuto e come risolverlo, pertanto ci si “fissano” inevitabilmente e si demoralizzano. In realtà, la situazione nell’ipocondria è opposta: la preoccupazione è seguita da demoralizzazione, sulla base di quanto è temuto, e del fatto che il pensiero di avere qualcosa che non va, o l’attenzione al corpo è amplificata e diventa il centro del pensiero, mentre il sintomo in sé diviene qualcosa di consequenziale (non è la causa, ma è la conseguenza).

Inoltre, nel corso di una depressione tipicamente l’attenzione preoccupata al corpo aumenta, la persona amplifica i disturbi o le loro conseguenze, prevede evoluzioni disastrose e già si prepara mentalmente a dover adattarsi a limiti o danni irreversibili.

Quanti accertamenti fare per escludere al 100% tutte le altre cause ?

Uno dei vicoli ciechi del paziente con somatizzazione sono gli esami “infiniti”. Gli accertamenti medici hanno come indicazione quella di verificare ipotesi fatte dal medico, mentre invece l’accertamento richiesto sulla base di criteri di “impressione” non tecnica (letture estemporanee, analogie per “sentito dire”, supposizioni libere del paziente, o paure per particolari malattie) finiscono per alterare il rapporto medico-paziente. L’accertamento diventa una risposta rassicurante ma di fatto inconcludente perché non fornisce risposte definitive, chiare o costruttive. Gran parte dei pazienti che compiono accertamenti sulla base di sintomi vaghi o generici hanno referti in cui si accenna ad una “componente” altrettanto vaga, che però non giustifica né intensità né l’andamento del sintomo. In più, accertamenti fatti a caso finiscono per trovare qualcosa di frequente nella popolazione generale (le artrosi, le ernie jatali, le gastriti lievi etc) che “potrebbero” spiegare alcuni sintomi ma di fatto senza una conclusione chiara. Il metodo migliore per eseguire accertamenti è sempre quello di farlo secondo un parere medico, specialistico o di base.

La diagnosi di disturbo di somatizzazione, o di ipocondria, non si effettua per esclusione e basta, ma soprattutto per la presenza dei sintomi psichici caratteristici di queste condizioni.

Se la preoccupazione persiste anche dopo la diagnosi di somatizzazione, probabilmente la persona non ha compreso che la diagnosi non è “di esclusione” e non corrisponde ad un’etichetta di “immaginario” o ad un giudizio di esagerazione nella persona ansiosa, ma è una diagnosi di una situazione psichica che si manifesta anche con sintomi corporei o con la preoccupazione per il corpo.

Ritornando al concetto della diagnosi di esclusione, in generale nessun accertamento raggiunge una certezza assoluta: la certezza assoluta è un bisogno mentale solo a seguito di una preoccupazione incontrollata, che non si accontenta di una diagnosi e che vorrebbe “vedere” con certezza un non-si-sa-cosa di rassicurante. In quest’ottica solo le diagnosi peggiori sarebbero convincenti, e infatti l’ipocondriaco in un certo senso è sospeso tra terrore di avere una grave malattia e il voler escludere ogni ragionevole dubbio di averla. Non essendo il dubbio ragionevole, rimarrà in questa situazione sospesa. Nessuna certezza per definizione può esistere se l’accertamento viene fatto per scacciare un’ossessione o una paura, e non per verificare un’ipotesi.

La rassicurazione è importante ?

Rassicurare un paziente ossessionato da un pensiero ipocondriaco non è solitamente d’aiuto, se non sul momento per placarne l’ansia. Il problema è che questo tipo di urgenza tende a riproporsi per il riproporsi del pensiero ipocondriaco, e la rassicurazione dovrà allora avvalersi di altri strumenti, come gli esami, per risultare convincente, in un circolo vizioso. Alla fine, o il paziente “pretenderà” di essere rassicurato, indicando magari al medico come si potrebbe fare per migliorare le risposte, oppure il medico non saprà più come rassicurarlo in maniera convincente. Entrambe le situazioni sono vicoli ciechi per il paziente e per il medico, che perdono il loro rapporto reciproco.

Nell’ipocondria, per quanto possibile, la paura non deve essere la base per verifiche o per discussioni sul merito delle ipotesi mediche. La paura se mai può essere la base per discutere sulla paura, sui suoi meccanismi e sul suo significato. La rassicurazione in una condizione di ossessione ipocondriaca rischia invece di dare al cervello un messaggio sulla fondatezza della paura, o sull’importanza della rassicurazione e della suo carattere convincente.

Controllare il proprio corpo e le proprie funzioni aiuta a uscire dall’ansia ?

Solitamente no. Esistono tecniche che se mai insegnano a creare immagini mentali delle funzioni corporee in maniera da evitare che si creino a seguito di stati di allarme a costituire somatizzazioni o aree di preoccupazione ipocondriaca. Controllare le proprie funzioni per “capire” se siano o meno controllate è un serpente che si morde la coda: chi controlla penserà sempre di non aver controllato abbastanza, o che i segnali siano troppo confusi per poter essere controllati. Alla fine l’attenzione sarà spostata sull’area corporea esterna, o sull’immagine mentale dell’area corporea così come nasce insieme alla preoccupazione, e la persona invece tenderà a perdere di vista i suoi comportamenti e i suoi sintomi psichici come centro del problema.

Fibromialgia

 

Il sintomo centrale è un dolore riferito ai muscoli e alle articolazioni, che si sposta (cambia sede) nel tempo, anche se può avere delle zone fisse, e risente in maniera a volte netta di condizioni quali la temperatura esterna (freddo-umida), situazioni soggettivamente indesiderabili o angosciose (genericamente indicate come stressanti).
In particolare il dolore aumenta facendo pressione su alcuni punti caratteristici. …continua a leggere

Colon irritabile (IBS, intestino irritabile, “colite nervosa”)

 

Una condizione caratterizzata da sintomi addominali, la cui origine è intestinale, in qualche modo legati dal processo digestivo, spesso in modo non totalmente prevedibile o genericamente “capriccioso”.

La maggior parte dei casi è legata al colon, da qui l’espressione “colon irritabile”. I sintomi più frequenti sono senso di ripienezza, o di tensione all’addome, gonfiore diffuso o localizzato, in questo ultimo caso tipicamente a destra in alto, come se una bolla premesse sotto al fegato, o a sinistra in alto, come se premesse sotto il cuore. Lo svuotamento intestinale è irregolare, come se l’intestino fosse inspiegabilmente “irritabile”, alternando stitichezza o senso di “blocco” con scariche diarroiche, spesso frammentarie e accompagnate o precedeute da dolori crampiformi e spasmi. L’espressione “colite spastica” spesso si utilizza impropriamente per indicare questo tipo di sindrome. …continua a leggere

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